Parole per provare a comprendere la Sicilia, senza riuscirci.


Egghiè

Letteralmente viene adoperato come suffisso per intendere chiunque, comunque sia, in ogni modo. Nella pratica, più che dell’italiano -unque, -egghiè si adopera come l’equivalente inglese -ever.

Whenever, wherever, whoever, however e whatever si traducono in maniera letterale rispettivamente con quannegghie unnegghie, cuegghiè, comegghiè, ‘nzocchegghie.


Spertìzza

Tra i tantissimi difetti che abbiamo noi siciliani, come popolo dico, c’è quello di pensarci come il centro del mondo. Di sentirci più sperti degli altri (e dentro la Sicilia, i catanesi si sentono più sperti di tutti).

La differenza tra questo nostro difetto e l’equivalente egocentrismo di molti altri italiani, europei, ecc. sta nel fatto che noi siamo veramente il centro del mondo e gli altri no.

Magari ora stai sorridendo pensando ad una iperbole, ma non lo è. Salto a piè pari tutta la tiritera delle dominazioni che abbiamo avuto, dei premi Nobel che abbiamo avuto, dei delinquenti che abbiamo avuto (e che abbiamo), della pasta alla Norma, del cannolo, degli arancini, delle Isole Eolie, del vulcano attivo più alto d’Europa che mentre scii vedi il mare e poi ti puoi andare a fare pure il bagno, di Montalbano e via dicendo.
In questo dicendo ci sarebbe pure Jacopo da Lentini (ah, che è il mio paese), il notaio che ha inventato il sonetto che hai studiato a scuola. Vabbè, amuninni, andiamo avanti.

Lo sai tu, lo so io: la Sicilia è il centro del mondo e infatti sono anni che – complice qualche crisi economica; complice qualche guerra; complice qualche pandemia – tutto il mondo se ne cala in Sicilia in vacanza in estate e minchia questa estate dura assai, perché comunque ora che è novembre e si aggigghia dal freddo peri peri ci sono un sacco di turisti a Catania, Palermo, sull’Etna, a Taormina, in Ortigia.

Allora, ascuta a mia, visto che tanto in Sicilia ci verrai ti dico una cosa che non devi fare mai: non provare a parlare in siciliano pensando che avendo letto qualche libro, visto qualche fiction, frequentando qualche “bar Sicilia” al nord, tu sia in grado di spurigghiaritilla. No, farai solo una enorme malacumpassa.


Abbecedario siciliano

Una cosa che invece puoi fare è cercare di capire alcune parole il cui significato va oltre quello letterale, perché la Sicilia va oltre il suo significato letterale. Ti dirò di più: la Sicilia non esiste e non esiste neanche la lingua siciliana. Dovrei dilungarmi e spiegare quanto affermato, ma mi siddia. Ciò che però esiste è un lessico comune che – con le dovute differenze e sfumature – si muove tra le città e le campagne, tra le montagne e il mare, tra i ceti, i mestieri, le età.

Un elenco di queste parole che vagano per la nostra regione l’ha fatto Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, con Abbeccadario Siciliano* pubblicato qualche settimana fa da Sellerio Editore.

Di questo libricino, piccolo opuscolo che profuma di Sicilia in ogni sua pagina, ho amato tutto. Proprio tutto: le dimensioni ultra tascabili (me lo sono portato in giro e appena ho potuto ho sfogliato qualche parola); il modo con cui Alajmo ha descritto i termini, spiegandone talvolta l’etimologia, talvolta l’uso; la copertina con un adesivo messo storto.

Poco importa che Alajmo essendo della west-coast abbia inevitabilmente dato più spazio ad alcuni termini più in uso da quelle parti e che magari in altri non esistono: nel suo Abbecedario siciliano ognuno di noi si può sentire rappresentato e anzi trovare alcune espressioni comuni mi rende ancora più orgoglioso.

Circa 150 parole che compongono un alfabeto emotivo che ti accompagna per mano attraverso i tratti somatici di un’isola che in realtà è un continente, così tremendamente bella, così drammaticamente irredimibile.

A muzzu: Acchianàri, Ammizzigghiato, Assuppari, Ammuttari, Cummogghiàri, Egghiè, Impaiare, Lagnusìe, Sciddicàto, Zaùrdo.