fbpx

Libera il futuro – Mafe De Baggis

Libera il futuro – Mafe De Baggis
22 Aprile 2021 Rocco Rossitto

Libera il futuro. Quindici lezioni dal digitale per migliorare il nostro mondo* non è un libro nuovissimo, in uscita adesso. È stato pubblicato ai primi di dicembre del 2020 da Enrico Damiano Editore e Associati. Io però l’ho letto solo adesso, finito di leggere la settimana scorsa. L’ho comprato in formato digitale il giorno dopo Natale, ma non l’ho mai aperto. Poi l’ho ricomprato cartaceo qualche settimana fa. Il motivo è molto semplice: avevo una tremenda paura di leggere qualcosa che mi deludesse profondamente. I motivi sono due. Il primo è che l’autrice, Mafe De Baggis, per me significa molto (non solo lavorativamente, s’intende).  Non mi dilungo molto qui perché non mi piacciono le smancerie in pubblico (figuriamoci in privato!) e finirei poi anche – per dover di cronaca –  per raccontare di quando mi disse che dovevo cambiare mestiere (sintesi mia) e non essendo un tipo per nulla permaloso sto aspettando il momento giusto – fra una decina d’anni – per poter ricordare quel momento, vendicandomi. Il secondo è che un libro dal titolo motivazionale io proprio non me lo merito. Proprio non sopporto qualunque cosa possa andare in quella direzione. Ma non è una cosa recente, già dai tempi di alzati e cammina, per capirci.

Però io un libro suo non posso non leggerlo: tra chi ti chiede un parere, o qualcuno che ne parla e tu non sai nulla, le presentazioni in streaming che ti capitano d’avanti, io quel libro dovevo leggerlo. Ho trattenuto il respiro e l’ho letto. Ancora una volta (con lei) mi sbagliavo io: attenzione, sono tante le volte in cui si sbaglia lei con me, come quella volta che mi disse di cambiare mestiere, ma questa è un’altra storia. Mi sbagliavo per alcuni semplici motivi. Non è un libro motivazionale per l’accezione negativa che io do a questo termine. È pieno zeppo di nodi sciolti dopo che sono venuti al pettine. Scorre via che è una meraviglia. Dentro c’ho trovato molti spunti, riflessioni, ragionamenti sulla nostra contemporaneità che mi porterò dietro rielaborandoli a modo mio, ovviamente. Non si contano poi le orecchiette fatte quasi una pagina sì e una pure, per cui me lo dovrò rileggere mi sa.

Nell’ultima pagina c’è scritto: “In tempi incerti solo chi accetta di poter imparare da zero qualcosa che non conosce, avanzando per prove ed errori, può sopravvivere. Le certezze e il bisogno di certezze sono il principale ostacolo che imprigiona il nostro futuro nei limiti del passato e ci impedisce di vivere il mondo come potrebbe essere. A pensarci bene viviamo immersi in una realtà che tende ad offrirci metodi certi e soluzioni sicure, quando invece ciò di cui – forse – abbiamo bisogno è proprio quella capacità di governare l’incertezza.

Sul libro non ho molto altro da aggiungere perché in rete si trovano delle ottime recensioni, più valide delle mie parole, come ad esempio quelle di altri lettori che dopo aver comprato il libro hanno detto la loro su Amazon*.

A lei ho rivolto tre domande e una richiesta di bonus e di seguito ci sono le risposte.

La lezione che non hai ancora ricevuto dal digitale

C’è una lezione che non ho avuto il coraggio di scrivere nel libro, perché metterla per iscritto mi sembrava ancora troppo presto, perché è una di quelle verità che non ci fa piacere sentirci dire perché nella maggior parte dei casi è vero che la fisicità favorisce le relazioni, l’apprendimento, il lavoro e che quindi potendo scegliere è sempre meglio fare qualcosa insieme con le gambe sotto il tavolo, come diceva Hannah Arendt, e non parlava di mangiare insieme. La lezione, la sedicesima lezione:  ci sono delle cose che funzionano molto meglio on line e sono cose che spesso hanno a che fare con le emozioni che ci bloccano, quindi, per esempio, con la timidezza, l’introversione, ma anche con cose molto pratiche. Ti faccio un esempio, giusto per chiarire di cosa stiamo parlando: se io ti devo insegnare a usare il Business Manager di Facebook, o a fare una Stories con Instagram, l’efficienza di farlo su Zoom condividendo uno schermo è enormemente maggiore del farlo in un’aula con le persone che da lontano non ci vedono e tu che ti metti davanti per cercare di far capire le cose e tocchi lo schermo. Ecco questo è un esempio pratico, ma ci sono anche delle cose molto più astratte che appunto hanno a che fare con le emozioni e la vicinanza e l’energia che a volte nasce dallo stare tutti insieme in una situazione in cui stare insieme fisicamente sarebbe o troppo o comunque troppo rumoroso sono sempre di più. Ovviamente mi tocca mettere il solito disclaimer: questo non vuol dire che dobbiamo trasferire la nostra vita, le nostre emozioni e la nostra fisicità, ecc. ecc., però ricordiamoci che, potendo scegliere, possiamo scegliere e che quindi in molti casi ci sono delle cose che vengono molto meglio on line ed io spero che di questa cosa ci ricorderemo e ne faremo tesoro.

Ci fai un esempio concreto di intelligenza collettiva

Il migliore esempio di intelligenza collettiva che abbiamo è la cultura. Noi viviamo, impariamo e sappiamo fare delle cose perché uomini prima di noi, anche molto tempo prima di noi, hanno pensato, studiato, misurato, progettato, realizzato, imparato a fare qualcosa che poi ci è stato tramandato e che noi ci ritroviamo pronto per l’uso e anche pronto per il riuso, quindi, per essere reinventato, ripensato, rinegoziato e comunque utilizzato. Un libro è intelligenza collettiva perché è praticamente impossibile scrivere un libro o girare un film senza poter fare riferimento a tutto quello che è stato scritto prima. Questo vale per qualsiasi cosa, vale per la poesia, vale per la letteratura, vale per il cinema, vale per il fumetto. Ogni cosa è possibile grazie all’intelligenza di altre persone che l’hanno messa a disposizione in modo non orientato ad uno scopo. Quindi, la vera differenza dell’intelligenza collettiva rispetto, per esempio, al lavoro di gruppo o alla collaborazione, che sono comunque forme di intelligenza collettiva diversa e che ciascuno facendo qualcosa che interessa, qualcosa per sé, fa avanzare il lavoro degli altri, fa avanzare la ricerca. Questo è un fatto evidente. Per esempio, nella ricerca per il Covid, la mancanza di intelligenza collettiva, cioè di condivisione dei dati, ha costretto tutti i Paesi che hanno affrontato l’epidemia dopo l’Italia a rifare gli stessi errori. Ma nello stesso tempo, la condivisione da parte di scienziati, medici e di pazienti nel mettere a fattor comune, nel mettere a disposizione quello che si era imparato ha aiutato tantissime persone. Un bellissimo esempio di intelligenza collettiva raccontato molto bene è la serie Netflix “Diagnosis” (Diagnosi, ndr) che è tratta da una rubrica del New York Times, dove una dottoressa usa appunto l’intelligenza collettiva per arrivare a una diagnosi da sintomi che apparentemente non ne hanno una. La consiglio a molti perché è veramente appassionante ed è anche un bel esempio di che cosa intendiamo con questo termine troppo spesso usato più per perculare che per far funzionare le cose.

Cos’è un digital mindset e perché può esserci utile

Per capire cos’è il digital mindset, dobbiamo prima di tutto capire cos’è un mindset e ovviamente tradurlo in italiano, anche se noi lo diciamo in latino, ovvero forma mentis. La forma mentis è il modo che noi abbiamo di vedere, sperimentare, capire il mondo e le relazioni che arriva dalle nostre esperienze, quindi, dalla nostra infanzia, dalla scuola, dalla formazione, dagli amici che abbiamo, dalla professione che abbiamo scelto e ci sono sicuramente persone che per quello che hanno imparato e per il lavoro che hanno deciso di fare hanno una forma mentis molto riconoscibile. Per esempio, gli avvocati o i chirurghi o gli informatici, hanno una forma mentis apparentemente più aperta, ma sempre molto condizionata da quella che è la realtà in cui vivono. Penso, per esempio, agli scrittori o ai contadini o agli artigiani che sono abituati a risolvere problemi cercando delle soluzioni nuove e diverse, ma comunque sono all’interno di quello che sanno fare. Il digital mindset è interessante perché non è il mindset di chi sa usare bene il computer o i software, ma è il mindset di chi è, per natura, per sperimentazione, per impegno, aperto a nuovi modi di vedere le cose ed è interessato anche a cose che assolutamente non gli piacciono. Quindi, per digital mindset in letteratura e in ricerca si intende proprio la caratteristica di esporsi volontariamente sospendendo il giudizio anche a cose che sono molto lontane dalla propria forma mentis e questo permette di imparare a fare delle cose che si pensava di non saper fare o che si ritenevano poco interessanti e alla fine porta un po’ ad una vita più ricca. È una forma mentis e un mindset molto simile al mindset della lettura, del lettore che è esposto a vite e a situazioni diverse dalle proprie. Nel digitale il vantaggio è che i personaggi a cui sei esposto, con cui hai a che fare sono vivi e quindi puoi parlare con loro, anche litigare con loro se serve, però è appunto un confronto vivo, un confronto dinamico, mentre quello con i personaggi è un confronto che rimane un po’ silenzioso ed è un po’ tutto nella nostra testa.

Chiudiamo con un bonus?

Quando si parla di intelligenza collettiva, di digital mindset, di sospensione del giudizio, di curiosità, si rischia sempre di passare un po’ per “buonisti” o comunque per persone che predicano un certo modo di stare al mondo come se fosse solo una questione di etica o di rispetto reciproco. Ora, queste cose sono sicuramente presenti nell’approccio di cui parliamo, ma quello che mi preme aggiungere è che comunque i vantaggi di vivere, di comportarsi e relazionarsi in questo modo sono nell’incredibile aumento di creatività che ne deriva. Quella che chiamiamo Serendipity – con un’espressione che dopo un po’ viene anche a noia – cioè trovare qualcosa che non si sta cercando. Ovviamente avviene se tu gironzoli molto, se tu sei molto aperto, molto curioso, ma anche la fatidica domanda: “Da dove prendi le idee?”, ecco, io le idee le prendo dal mio cazzeggiare in giro, dal mio essere curiosa un po’ di tutto, dal non farmi spaventare dalla prima impressione. Quindi, se non vi sentite buoni o gentili o rispettosi, il mio consiglio è di praticare la mancanza di giudizio e di chiusura mentale proprio come skill professionale davvero fondamentale.


Un po’ di link

Conosci già la mia newsletter? Si chiama Una cosa al giorno ed è un punto di partenza per persone curioseScoprila!
+