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Se Twitter potesse parlare, che suono avrebbero gli hashtag?

Se Twitter potesse parlare, che suono avrebbero gli hashtag?
21 Febbraio 2017 Rocco Rossitto

Quello che leggi qui sotto è un post scritto il 26 novembre 2013 su un volo Milano-Catania. Il post fu poi pubblicato su GallizioEditore. Lo ripesco oggi andando a sbirciare tra le email di allora, oggi che è tutto contenuti a tempo che scompaiono. Pure su WhatsApp.


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Pre-visione: nel 2014 Twitter introdurrà i tweet vocali, sul modello delle piattaforme di Instant Messaging WhatsApp e WeChat

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Quando il web era adatto agli sbrodoloni, dove le parole che avevano fame trovavano l’abbondanza arrivò Twitter e ci insegnò che sì, la sintesi non è un dono, ma un esercizio. In principio non lo si capì subito, e il processo era quello di dire quel che si voleva in meno parole. È poi successo che non era sottraendo che si aggiungeva, ma solo ripensando la scrittura e quindi il modo di comunicare che si poteva dire, quel che si voleva dire, in uno spazio dettagliatamente finito.

Quei caratteri a disposizione sono diventati, di fatto, un campo di grano infinito da arare, non un fazzoletto di terra da ordinare per poter piantare quante più scritture possibili. Ma le scritture trovano la forma dei contenitori in cui vengono prodotte, e non prescindono, non si emancipano e di-pendono dagli spazi. Persino si influenzano (sì, #entanglement). Così, al testo scritto (le scritture non solo, come appare evidente, solo testi scritti) nel corso degli anni sono stati aggiunti degli hyperlink per poter collegare le scritture e gli spazi delle scritture. Le immagini (i video, le grafiche, le foto) hanno avuto un percorso non lineare passando da ambienti esterni fino ad arrivare ad intromettersi, irriverenti nelle timeline. È cosa recente e tranne quale borbottio, un riflesso incondizionato del cambiamento, la cosa si è autoregolamentata nel giro di pochi tweet.

Sempre di scritture parliamo quando parliamo di Twitter. E allora?
Allora se Twitter potesse parlare aggiungeremmo un tassello al nostro percorso. Non l’ultimo probabilmente, ma uno successivo. Non è certo solo una questione di romanticismo, ma c’è anche del romanticismo. Alzi un tweet chi non, almeno una volta, ha immaginato la voce con cui il nostro scrittore preferito (che non è quello che pubblica i libri, ma quello lì di cui vorremmo stellinare e retwittare tutto, ma per quel briciolo di pudore che ci resta evitiamo) ha fatto quel tweet?
C’è tutto il senso di Twitter e dell’instant messaging che, non a caso, ha già introdotto la voce. Le scritture hanno in sè una voce, un suono e sì, correrei il rischio, ma se quel tweet potesse parlare io lo ascolterei.

Tecnicamente potrebbe funzionare così: il tweet va digitato sempre e comunque, la voce diventa opzione. Estensione o aggiunta. X secondi a disposizione. Per (re)imparare a parlare, così come abbiamo (re)imparato a scrivere.

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L’EditoreGallizio così rispose:

magari un ibrido di scrittura e voce, all’interno dello stesso tweet.
Come? Integrando la funzione text-to-speech nella tastiera, così contano comunque i caratteri.
solo che perderemmo la nostra voce, per cui meglio l’audio tweet come Whatsapp

gz

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Adesso, 2017: Twitter, metti gli status vocali e fregali tutti. Metti la possibilità di registrare X secondi di voce. Libera nuovamente le scritture, dandogli un suono. Fallo ora, fallo subito, brucia il tempo e fatti copiare da Facebook.