Qualche mese prima di iniziare la lettura di questo libro sono rientrato in contatto con la mia classe del liceo. Foto riesumate. Nomi che tornano fuori all’improvviso. Volti che sembrano non subire il naturale passare del tempo. Una sensazione strana: ora c’è una distanza che ci rende vicini forse più di quanto lo fossimo, in realtà, in quegli anni.

Incrociato casualmente I convitati di pietra* e sfiorata la trama nella quarta di copertina, ho sentito forte il peso della coincidenza e iniziato la lettura come fosse un segnale.

Nel romanzo di Michele Mari la trama, appunto, si svela subito. 22 luglio 1975. Un anno dopo la maturità. Gli ex compagni della III A del Liceo Berchet di Milano si ritrovano a cena e firmano un patto. Ogni anno ognuno versa una quota. Il capitale cresce. Il premio finale va agli ultimi tre rimasti vivi. Fine del gioco, in teoria. In pratica, inizia tutto lì.

La cena annuale diventa un rito. Si fa l’appello. Si annotano malanni. Si contano i morti. Si spera che tocchi agli altri. Gli amori, i rancori e le invidie riescono dai banchi e, col tempo, la competizione diventa una cosa concreta e pericolosa. È un libro pieno di aneddoti e di dettagli. Di cognomi, perché a scuola ci si chiamava così. Personaggi inchiodati a una stranezza, a una passione, a un vizio, a una nomea. Titoli di film e repertori. Fumetti. Elenchi. Maniacalità tassonomiche.


La Mascolo, era facile prevederlo, cercava rogne. Incattivita, inacidita, da lungo tempo in preda a un vittimismo lagnoso e rancoroso, veniva a chiedergli un riconoscimento economico in qualità di ideatrice della loro riffa. Se aveva capito bene, le disse Rivadeneyra dopo averla lasciata sfogare, pretendeva il copyright. L’esagitata rispose affermativamente, accennando a testimoni che avrebbero confermato la sua pretesa.


Milano entra in pagina come un fondo d’archivio, tra interni, tinelli e nomi che sanno di registro. La scelta formale è netta: niente capitoli. Niente comodità. Si va avanti senza interruzioni, quasi tutto d’un fiato. Solo stacchi a capo, un respiro in più. Qui aprirei una parentesi sul modo in cui è scritto: probabilmente se fosse stata un’altra storia l’avrei mollato, e col senno di poi, avrei sbagliato. Un libro, almeno per me, può piacermi anche se non è scritto come vorrei: la trama, la storia a volte hanno la meglio.

L’architettura del racconto è circolare: la cronaca dei fatti si alterna all’appuntamento fisso del 22 luglio e al rito inevitabile del commiato ai defunti. Mari spinge sull’eccesso. Ci sono piani nascosti, accordi, ricatti e tanto altro che si scopre leggendo. La vicenda corre fino al 2050 e si dilata quasi in una distopia.

Tutto è inverosimile, ma non impossibile. Perché il motore è realistico: la morte trasformata in gara. E la vita ridotta a premio. I personaggi potrebbero essere approfonditi di più, ma ci sono comunque i tratti che riescono a farmeli odiare, amare, lasciare indifferenti. In alcune pagine mi sono annoiato, in altre ho riso, in altre ancora mi sono ritrovato.


Chi al contrario si augurava di morirsene, magari tardi sí ma non fra gli ultimi tre, quindi al massimo quartultima, era Luciana Migliavacca. In piú occasioni disse pubblicamente che si sarebbe sentita in colpa nel ricevere un premio che grondava sangue (una volta usò proprio questa espressione), e che pur avendo partecipato attivamente ai primi conciliaboli e ammettendo dunque una certa responsabilità se ne era pentita da tempo, insomma sarebbe tornata volentieri indietro


La classe, qui, è un microcosmo che riproduce i mali del mondo. Competizione, gerarchie, violenza più o meno dichiarata, avidità. Io, come probabilmente chiunque lo abbia letto, ho cercato riferimenti e ho posato più volte un pensiero alla mia di classe, ma senza mai trovare nessun tipo di collegamento diretto.

Tutte le classi delle superiori sono diverse tra loro, ovviamente, ma tutte hanno legami fatti di piccole cose che quando tornano in mente riempiono il tempo trascorso, rendendo chiaro che il tempo andato non è qualcosa che ci siamo lasciati alle spalle, ma la sostanza che ci portiamo dentro.

Michele Mari
I convitati di pietra*
pp. 168

Einaudi, 2025


Rocco Rossitto

Ho avuto quarant'anni ma poi ho smesso. Questo è il mio sito ;-)

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