Entrare in ogni singola statistica, in ogni numero, scomporre i dati come hanno fatto i fisici con gli atomi, come abbiamo provato a fare in queste pagine, è un modo per smontare la standardizzazione e riconoscere la soggettività di tutta l'esperienza della quantificazione e le sue conseguenze

— Donata Columbro, pag 108

Se lo dicono i numeri sarà così?

Un bel po’ di anni fa, verso la fine della carriera universitaria, collaboravo con un glorioso giornalino universatario di nome Step1. In realtà già scrivevo altrove, ma Step1 era un pezzo di cuore per come era nato e per le persone che ci scrivevano. Era una piccola comunità e io – che ero marginale rispetto al grande lavoro portato avanti dai più giovani di me redattori – ero felice in qualche modo di contribuire con la mia esperienza da venticinquenne navigato che rispetto ai loro diciannove/venti anni si faceva sentire.

Una volta, ricordo più o meno e romanzo un po’ di più, una redattrice scrisse qualcosa citando una percentuale. Tipo il “20% degli studenti hanno detto che...” ecc. Mi inalberai perché dissi che bisognava scrivere che era il 20% di chi aveva risposto semmai e che ancora meglio sarebbe stato dire quanti studenti avevano risposto. Il 20% di 2000 è una cosa, il 20% di 100 è altra.

Ricordo questo episodio – sorridendo – ogni qualvolta sento appellarsi alle statistiche, ai numeri, ai dati come un oracolo-miracolo naturale da seguire. Se lo dicono i numeri sarà così.

Anni dopo questa mia attitudine guardinga nei confronti dell’oggettività dei dati è cresciuta quando l’ossessione per la misurazione delle attività di comunicazione digitale ha invaso tutto il nostro operare. Idem con quella formuletta odiosa “Data Driven“.

Tutto questo preambolo personale per dire una cosa semplice semplice: il lavoro infaticabile che Donata Columbro porta avanti quotidianamente e che ha condensato in questo piccolo e preziosismo volumetto pubblicato da Il Margine / Erickson ha come obiettivo quello di smontare l’idea è che si è stratificata nel tempo che i dati siano sempre oggettivi e neutri, quasi “naturali”. Lo fa con dovizia di particolari citando esempi e storie in cui i dati discriminano.

Questa lettura diventa preziosa a prescindere dal campo di interesse e azione che ognunə di noi ha perché il mondo in cui viviamo è un mondo che nasconde sempre più la soggettività a favore di una presunta oggettività. Oggettività che sempre più perde di valore e che viene usata per portare acqua al proprio mulino.

Donata Columbro
Quando i dati discriminano
Data di pubblicazione: 03/2024
Collana: Annurca
ISBN: 9791259821300
Numero Pagine: 128

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Tre domande a Donata Columbro

Quali sono le modalità in cui i dati possono discriminare?

Ci sono tre modi principali in cui i dati possono discriminare: quando mancano, per esempio quando una comunità o un gruppo di persone non viene considerato come valore disaggregato di una popolazione (le persone disabili, le donne…) sia da parte dalle istituzioni che da soggetti privati; quando le domande che ci poniamo per produrre i dati – come quelle dei sondaggi – includono i nostri bias e i nostri stereotipi su una certa situazione; e, infine, quando i dati che riguardano una comunità marginalizzata ci sono, ma chi è al potere li ignora perché potrebbero invalidare le proprie decisioni politiche – a sfavore di quella comunità. Poi, se i dati che contengono bias o gap vengono usati per allenare modelli di apprendimento automatico sulla base di algoritmi, la discriminazione si può riprodurre su ampia scala. E, sì, qualche esempio concreto si trova nel libro.

Leggendo il tuo libro appare chiaro come “il mondo dei dati” non è neutro, i dai non sono mai “oggettivi” poiché la soggettività inizia già nella fase di raccolta, anzi in quella di produzione poiché il dato non esiste in natura. La domanda è: come facciamo a dare più oggettività ai dati?

Secondo me dobbiamo chiederci perché desideriamo raggiungere l’oggettività e qual è il problema con il situarci e posizionarci rispetto alla produzione dei dati. Nel libro provo a spiegare che i dati sono un costrutto sociale perché dipendono dal contesto storico, culturale e geografico in cui vengono prodotti, ma dipendono anche dal posto che noi occupiamo nel mondo, con i nostri corpi (conformi oppure no, disabili oppure no, di un certo genere, colore, caratteristiche). Illuderci di poterci isolare da tutto questo e produrre dati “oggettivi” è un obiettivo irrealizzabile, ma forse nemmeno desiderabile. Perché non dichiararla invece questa posizione, ammetterne i limiti, con trasparenza? Questo è un modo per umanizzare i dati che li rende anche più comprensibili, e più ancorati alla realtà.

Se tu avessi la possibilità di occuparti adesso di una ricerca adesso, senza limiti di budget, su quali dati ti fionderesti?

Ho una nota nel telefono che si intitola “esplosione di idee”, si allunga ogni mese e forse se non avessi limiti di budget investirei in collaboratrici e collaboratori che possano portare avanti quei progetti per me. Quello a cui vorrei dedicarmi in prima persona, però, riguarda i dati sulle persone migranti, che subiscono le peggiori discriminazioni nel nostro paese. Sono convinta che la raccolta, l’analisi e la comunicazione dei dati sul fenomeno della migrazione abbiano avuto un ruolo nel plasmare la narrazione pubblica, e che sia la propaganda anti-immigrazione sia chi pratica l’accoglienza abbiano ancorato il dibattito principalmente su definizioni molto limitate delle persone che arrivano nel nostro paese: criminali o vittime. E, come spiego sempre, la raccolta dati parte dal definire ciò che vogliamo osservare e quantificare, se non cambio prospettiva allora nemmeno i dati più accurati potranno far cambiare idea al mio interlocutore.


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