fbpx

Old Attualità

Old Attualità
28 Dicembre 2009 Rocco Rossitto

Articoli vari provenienti dalla categoria “attualità” del vecchio blog che raccoglieva i miei articoli pubblicati negli anni… qui li trovate tutti in un unico post
–>

Alta Fedeltà

I catanesi Metatrone cantano di Dio attraverso l’heavy metal. Il loro nome vuol dire “trono metafisico di Dio” ed è anche il nome dell’angelo custode di Davide, quando ancora era pastore, prima di diventare Re.

di Rocco Rossitto – I Love Sicilia (Giugno 2009)

“Io sono metallaro”. Davide ci scherza su e continua: “Ci tengo a far vedere questo lato del metal. Siamo un po’ cauti a dire “heavy metal” dipende chi abbiamo davanti, a volte ci sono dei pregiudizi, se dici che fai heavy metal ti guardano, non ti dico male, ma con sospetto. Anche se in realtà abbiamo dei brani in cui non c’è né parte ritmica, solo chitarra acustica e voce, come in Ave Maria, o Santi Beati”. Davide Bruno è il tastierista dei Metratone. Suonano metal, ma un tipo particolare. Si chiama “White Metal”, o “Christian Metal.” “La differenza – spiega Davide – sta nel contenuto dei testi. I suoni però sono quelli, quelli del metal che conoscono tutti.”

Tutto ebbe inizio alla fine degli anni 90 con la formazione della band a Catania, dove vivono e lavorano. La vera chiave di svolta, invece, avvenne nel settembre 2001. Davide, che per sua stessa ammissione era “lontano dalla fede”, entra in seminario. A quel punto i Metatrone non sanno bene cosa fare, e come continuare: “quando lui entrò in seminario – racconta Stefano Calvagno, che suona la chitarra – ci siamo chiesti cosa dovessimo fare realmente. Saranno passati 15 giorni, giusto per capire un po’. Poi abbiamo fatto questa scelta di comune accordo perché Davide aveva l’esigenza, spirituale e sentimentale, di scrivere testi ispirati e che parlassero di Dio, di Gesù Cristo, della fede.” Dopo qualche anno, nel 2006, arrivò il primo disco, “La Mano Potente”, in due versioni: in inglese, 11 tracce per 45 minuti, con una prima distribuzione in Giappone e in Europa e uno in italiano, 8 tracce per 32 minuti. “Con la versione in italiano – racconta Virgilio Ragazzi che suona il basso – abbiamo fatto vedere che era possibile parlare in italiano di Gesù attraverso il metal”. Grazie al disco i Metratone riescono perfino ad esibirsi alla Giornata Mondiale Della Gioventù, nel luglio 2008, in Australia. Tony Zappa, il batterista, racconta che tutto fu per caso: “Abbiamo mandato un cd al Pontificio Consiglio per i Laici, che si occupa dell’organizzazione della giornata e dipende dal vaticano, a Roma. Era il mese di novembre, dopo 15 giorni ci hanno risposto che avevano preso in considerazione la cosa, dopo un mese arrivò la notizia che avremmo suonato”. Neanche a dirlo: l’unica band metal ad esibirsi, con tutti i cardinali in prima fila, seduti, ad ascoltare e dietro i ragazzi ad urlare e saltare. Il loro cd finisce pure nelle mani del cardinal Bagnasco.

E il Papa? “No, il Papa non ci ha sentiti – spiega Davide. Però comunque anche lui ha vagliato la cosa. Abbiamo avuto un sacco di domande del genere, perché in documenti passati si era pronunciato contro la musica metal e rock che poteva essere un veicolo di violenza, e tutti ci chiedevano questa cosa”. Jo Lombardo, che del gruppo è il front-man, ha un ricordo forte di quell’esperienza: “il pubblico reagiva positivamente, urlava, mi coinvolgeva, c’era un coinvolgimento reciproco”. Dopo l’Australia i Metatrone hanno continuato a suonare. Per Pasqua sono stati invitati al Festival des Pasques a Chartres vicino Parigi: “C’era anche la messa, il festival è organizzato ogni anno dalla Diocesi e dal Comune, c’eravamo solo noi heavy metal, poi c’erano varie tipologie di musica. La cosa che ci ha sconvolto è che c’era gente che aspettava di entrare, erano metallari, anche se era la festa di Pasqua, con la messa e il clima di un certo tipo.”

Il viso di Jo, un po’ imbarazzato, si illumina quando racconta dei loro concerti, Virgilio annuisce e ogni tanto interrompe. Raramente si contraddicono. Poi interviene Stefano: “Quello che non manca è il divertimento che è il condimento di tutto. La nostra amicizia è alla base di tutto. Non facendolo per mestiere è la passione e il divertimento a legarci in maniera forte”. Già, le soddisfazioni, come quando gli hanno richiesto un cd da spedire in Amazzonia, o quando qualcuno compra il disco tramite il sito dall’Asia. “Abbiamo sostenitori in tutti e quattro i contenenti – taglia corto Virgilio che si occupa della parte web. Ci manca l’Africa, però. Anche la nostra newsletter viene seguita in Italia e all’estero. Stesso discorso per il guestbook”. Eppure i Metratrone, ancora, non suonano a tempo pieno, per mestiere.

Oltre Davide, che a giugno ha terminato il seminario, gli altri ragazzi svolgono lavori diversi. Jo lavora presso una fabbrica di elettromeccanica, Virgilio fa il web-designer, Stefano è un medico che ha intrapreso la carriera universitaria, e Tony da buon catanese “si arrangia” e rivendica il suo essere musicista a tempo pieno. Il prossimo futuro? “Stiamo lavorando al disco e siamo a buon punto, poi si vedrà”, rispondono. Mai come in questo caso le vie del Signore sono infinite. Amen.

 


 

Stage, chiamatelo lavoro.

Se non lo fai sei “out”, se lo fai non è detto poi che trovi lavoro.

C’è chi li chiama “stage” e chi “tirocini”, chi “tirocini formativi”, chi “tirocini curriculuari” oppure “extracurriculari”. Peggio, chi pronuncia all’inglese “stage” (palco, ndr) e chi, fortunatamente, alla francese. A prescindere dal nome, sono quel periodo in cui uno studente universitario, o da poco laureato, “lavora” in una azienda, pubblica o privata che sia, per acquisire esperienza pratica, fare curriculum ed entrare nel “favoloso” mondo del lavoro. Già, seppur di “lavoro” e “porte aperte del mondo del lavoro attraverso i tirocini” si parla negli stage e nei tirocini, al comma due del Regolamento attuativo art. 18 Legge 196/97 (approvato dalla Corte dei Conti,) specifica che “I rapporti che i datori di lavoro privati e pubblici intrattengono con i soggetti da essi ospitati ai sensi del comma 1, non costituiscono rapporti di lavoro.” Quindi uno studente “lavora” per fare esperienza, spesso e volentieri è utile all’azienda, ma in realtà non sta “lavorando” in quanto non prende uno stipendio. Intanto, negli atenei italiani, non mancano gli uffici “stage” che si occupano di “smistare” i vari studenti per dare loro la possibilità di frequentare il tirocinio nell’ambito affine al relativo corso di studio. Come sempre, in Italia, le situazioni sono diverse. Se La Sapienza non ha un ufficio “stage” d’Ateneo generale e rimanda tutto alle singole facoltà, in altre parti d’Italia la situazione è diversa.

Urbino, 500anni di stage.

La dottoressa Cini, referente uffici stage d’ateneo ci spiega che ad Urbino “abbiamo il nostro ufficio che svolge un ruolo di coordinamento, di raccolta dati e modulistica, poi abbiamo una struttura decentrata, dove ogni facoltà ha un suo ufficio con un referente amministrativo e uno didattico, ci sono casi come scienze della formazione dove i referenti didattici sono sono più di uno perché ci sono dei percorsi e dei progetti specifici.” Nell’anno 2006, anno del 5 centenario dell’università, sono stati 3349 i tirocini attivati. 2272 gli studenti ancora iscritti all’università pari al 67,8% e 1007 i già laurati, pari al 32,2%. Di tutti i 3349 “tirocinati” l’80% è femmina. Il 39,9% ha meno di 24 anni e il 61,1 più di 25. “I crediti e la durata – continua la dottoressa – dipendono dalla singola facoltà. In generale variano. In alcuni corsi di laurea è obbligatorio il tirocinio così come lo è per alcuni master.

Ad esempio ci sono tirocini che durano 3-6 mesi alcuni anche oltre, in alcuni casi sono part-time, in altri a tempo pieno”. Infatti: il 56,4% fino a 3 mesi, il 24,7% da 3 a 6 mesi e il 18,9% oltre i 6mesi. Di tutti questi, il 38,3% part-time da 1 a 20 ore settimanali, il restante 61,7% full-timpe da 21 ore a 40.
Sulla tipologia del tirocinio, la dottoressa Cini risponde allo stesso modo in cui faranno i suoi colleghi delle altre università: “Non c’è una prevalenza del pubblico sul privato o viceversa, dipende dal tipo di facoltà: ad economia, ad esempio, sono aziende private come le banche. A giurisprudenza il tirocinio lo fanno presso enti pubblici come istituti di pena, oppure a scienze della formazione presso scuole, ospedali”. Il dato forse più interessante è quello che vede il 92,4% dei tirocini terminati senza assunzione da parte della azienda che ha offerto il tirocinio. Solo il 2,7% è terminato con una assunzione. Il 3,7% con forme di collaborazione e il 1,2% viene interrotto prima del termine. Infine, la facoltà con più tirocinanti è quella di Scienze della formazione con ben 2157 partecipanti, di cui 698 attivati nel 2005 e terminati nel 2006. La maglia nera spetta a Scienze Politiche con 17 tirocinanti.

Macerata, una lenta impennata.

Mario Orfeo, dell’ufficio stage ci rimanda subito al sito, dove è pubblicato una “indagine sugli stage dal 2000 al 2004” a cura di Cristina Davino e Paolo Marconi. Prima, comunque, ci spiega che “l’ufficio d’ateneo si occupa degli stage delle varie facoltà che referenti didattici e in alcuni casi amministrativi” La struttura è dunque unica. “I tirocini curriculari che danno crediti formativi – continua orfeo -durano intorno alle 250 ore e per ogni 25 ore viene dato un credito, i tirocini extra curriculari possono durare da un 1 mese a a 6 mesi con possibilità di rinnovo”. Leggendo “l’indagine” si nota una impennata del numero degli studenti che frequentano tirocini, dallo 0,81% dell’anno accademico 2000-2001 al 5,81% del 2003-2004. Nello specifico, se nel 2000-2001 su 13497 studenti, 110 avevano frequentato uno stage, nel 2003-2004 su 13733 studenti erano 694 i frequentanti a tirocini formativi. Se invece si vanno a vedere i dati relativi ai già laureati che frequentano uno stage post laurea l’aumento c’è ma è minore e si passa dal 1,15% (13 su 1128 laureati) del 2000-2001 al 3,98% (79 su 2010)

Bolzano, tirocinio obbligatorio.

Nell’università “libera” di Bolzano, dove la segreteria telefonica automatica risponde prima in tedesco e poi in italiano, il tirocinio “è obbligatorio” in quasi tutte le facoltà.
Tutti gli studenti delle nostre facoltà, economia scienze della formazione, informatica – spiega la responsabile, dottoressa Vedovelli – devono obbligatoriamente fare un tirocinio. Per la facoltà di Design e arti dal 2005 non è più previsto nei piani di studio e dunque non da diritto a crediti, però noi forniamo loro lo stesso servizio, li aiutiamo nella ricerca.”
Per ottenere 10 crediti bisogna fare uno stage di 250 ore e l’ufficio d’ateneo “si occupa degli stage ad esclusione delle sedi staccate di Brunico e Bressanone dove ci sono degli uffici appositi che comunque collaborano con noi – continua la dottoressa Vedovelli. Noi offriamo, attraverso le nostre pagine web, la possibilità di scegliere in quale azienda fare il tirocinio, però lo studente può essere autonomo e reperire una azienda diversa da quella che noi offriamo purché abbia i requisiti previsti e purché il tutor dell’università dia il benestare”
Qui a Bolzano sono più le aziende private a fare richiesta di stagisti, “per la facoltà di economia sono banche, assicurazioni, piccole imprese. Per quelle di informatica sono aziende del settore software oppure alcuni fanno il tirocinio all’interno della facoltà con progetti specifici”

Bari, l’ufficio dei segreti.
A Bari, dall’ufficio stage ci dicono che “solo il rettore può rilasciare dichiarazioni”. Strano.
Tuttavia, riusciamo a sapere, senza tanti sforzi, che l’ufficio d’ateneo fa riferimento al “servizio per l’orientamento al mondo del lavoro, convenzioni ed accordi in tema di formazione”. I rapporti con le aziende si dividono in due gruppi, quelli presi a livello d’Ateneo e quelli a livello di singole facoltà che dunque gestiscono direttamente il tutto con la determinata azienda. Per quanto riguardano i crediti e la durata dello stage ogni singola facoltà ha un suo regolamento e dunque varia a seconda del corso e del tipo di stage. L’ufficio, in generale, si occupa di coordinare i rapporti con le varie facoltà

Udine, centralizzata.

Anche Udine, ha una gestione “centralizzata” dello Stage. La dottoressa Disint ci informa che “gestiamo tutti i tirocini d’ateneo delle 10 facoltà presenti, ad esclusione della facoltà di medicina che ha alcuni tirocini particolari e di una parte di Economia che fa riferimento a propri uffici.”
I tirocini, come nel resto delle facoltà riguardano studenti pre e post laurea e di solito ne frequentano uno solo. Per gli studenti già laureati il tirocinio “è una porta aperta sul mondo del lavoro, un modo per metterli in contatto” – continua la dottoressa. “La vera distinzione – afferma – va fatta per la tipologia di azienda che richiede il tirocinio. In facoltà come Lettere è più l’ente pubblico che richiede studenti, in facoltà come Ingegneria quello privato. Nel primo caso è difficile, anzi non accade quasi mai che uno studente resti a lavorare in quell’ente, al contrario accade che studenti rimangano a lavorare in aziende private.”

Studenti Magazine


 

Mondo Urp.

E’ l’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico. Ogni “pubblica amministrazione” deve everne uno. Anche nelle Università. Ma a Milano…

“Sì, per appuntamento, perché se sono malata, se ho l’influenza, non trova nessuno”, chiarisce con voce sorridente. La signora Borio è un tipo simpatico. Risponde dopo qualche squillo, è lei la responsabile dell’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico dell’Università di Torino. E’ simpatica, ma è anche l’unica. “Sì, sono sola qui, per questo nel sito ha letto che ricevo “preferibilmente” su appuntamento”, continua. La legge del 7 giugno 2000 n.150 “Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni” parla chiaro: “Le pubbliche amministrazioni, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, provvedono, nell’esercizio della propria potestà regolamentare, alla ridefinizione dei compiti e alla riorganizzazione degli uffici per le relazioni con il pubblico” A Torino però già dal 1997 l’ufficio è in funzione. Ma di cosa si occupa e si dovrebbe occupare un Urp – Ufficio per le Relazioni con il Pubblico? I punti della legge sono cinque:“a) Garantire l’esercizio dei diritti di informazione, di accesso e di partecipazione di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241. b) agevolare l’utilizzazione dei servizi offerti ai cittadini, anche attraverso l’illustrazione delle disposizioni normative e amministrative, e l’informazione sulle strutture e sui compiti delle amministrazioni medesime; c) promuovere l’adozione di sistemi di interconnessione telematica e coordinare le reti civiche; d) attuare, mediante l’ascolto dei cittadini e la comunicazione interna, i processi di verifica della qualità dei servizi e di gradimento degli stessi da parte degli utenti; e) garantire la reciproca informazione fra l’ufficio per le relazioni con il pubblico e le altre strutture operanti nell’amministrazione, nonché fra gli uffici per le relazioni con il pubblico delle varie amministrazioni.” Non un semplice “ufficio informazioni”. “Per questo sono sola qui”, ripete la signora Borio quando stupiti chiediamo perché in un grande Ateneo come quello torinese ci fosse una sola persona per l’Urp. “Noi abbiamo un grande infopoint dove tanti studenti si rivolgono per le informazioni più pratiche. Qui io rilascio certificati specifici, informazioni sulle normative interne e altro ancora”.
E nelle altri Atenei? La situazione cambia da Ateneo ad Ateneo. In generale, però, gli Urp sono aperti di mattina con due rientri settimanali al pomeriggio e svolgono anche servizio via telefono e.mail.

Milano, l’Urp che non c’è.

“No, non c’è al momento, so che se stanno occupando, la farò contattare al più presto”. La dottoressa Mereghetti dell’ufficio stampa d’ateneo ci conferma una facile intuizione. A Milano l’università non ha un Urp, e basta andare nel sito d’Ateneo per accorgersene: non c’è nessun link, nessun numero. Niente di niente. C’è un numero verde come segreteria studenti, e c’è un sito per la rassegna e i comunicati stampa e probabilmente altri uffici che svolgeranno quelle mansioni previste dalla legge.

A Bologna, super formali

L’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico più formale, probabilmente, è quello di Bologna. Qui parliamo con un’operatrice, “scriva pure un’operatrice, perché non so se posso rilasciare dichiarazioni per la stampa”. Ci risponde l’addetta al call-center. Ci spiega che “l’Urp di Bologna ha un servizio call-center, un front-office, e un servizio di risposta mail”. Quando dopo la conversazione mandiamo una mail per richiedere alcuni dati relativi appunto alle e.mail, la risposta è doppiamente formale “è prassi del nostro Servizio e in generale dell’Ateneo dare massima informazione all’utenza sull’organizzazione complessiva dell’Ateneo, sui corsi di laurea e sui servizi rivolti agli studenti. Nel suo caso però è necessaria una richiesta scritta specificando la natura dei dati, la motivazione, dove verranno pubblicati e quando, indirizzata al nostro responsabile”.
In generale, va detto, l’impressione che si ha è di un ufficio molto ben organizzato ed efficiente. Troppo formale, forse, ma ben organizzato.

Napoli, l’Urp per la trasparenza

A Napoli c’è un’altra aria. La dottoressa Carla Camerlingo, in modo molto disponibile, ci racconta come nel suo ufficio a febbraio siano arrivate “un numero abbastanza basso di e.mail: circa 60” . Negli altri mesi la media è stata di un centinaio. In questo numero, comunque, non sono computate le ulteriori richieste provenienti dal personale docente e amministrativo dell’Ateneo. Telefonicamente ci pervengono circa 10-15 richieste al giorno. Quanto all’utenza che si reca da noi personalmente, si tratta per lo più di richiedenti l’accesso a documenti amministrativi” Ci spiega che gli studenti in generale preferiscono rivolgersi direttamente alla facoltà di riferimento. In generale l’Urp a Napoli si occupa di trasparenza, di far vedere atti, delibere e anche “prove di esami dei test a numero chiuso”.

Palermo telematica.

L’Urp di Palermo è uno di quelli più telematici. Il dott. Geraci, responsabile del Urp di Palermo, ci racconta che l’ufficio “è attivo da un tre quattro anni e che molto materiale che ci viene richiesto lo abbiamo messo on line per facilitare l’utenza”. Sul sito è possibile infatti visualizzare e scaricare modulistica varia, normative, schede informative per gli studenti e quant’altro. L’ufficio è comunque sempre aperto (gli orari sono indicati sul sito) e le domande arrivano anche via e.mail e via telefono. Le richieste più o meno come negli altri uffici: info su corsi, atti, delibere, ecc.

Roma, un Urp spartitraffico

L’Urp de La Sapienza funge soprattutto da “tramite”. Il dott. Arrighetti ci spiega che “l’ateneo è immenso” e che quindi l’ufficio serve soprattutto a smistare. Le richieste via e.mail sono “una cinquantina al giorno nei periodo più caldi, durante le iscrizioni, e una ventina al giorno in quelli più tranquilli.” Interessante sottolineare come l’Urp de La Sapienza abbia attivato anche dei percorsi presenti sul sito quali “Studiare a La Sapienza”, “Cercare lavoro” e “Lavorare a La Sapienza” per guidare lo studente attraverso varie risorse e convenzioni che l’Ateneo ha attivato.

Studenti Magazine


 

“Tu quoque wirless?”

Come ci si connette nell’università italiane? Con o senza fili? Abbiamo curiosato un po’ in giro trovando scenari diversi. Estremi come a Verona: “Non abbiamo zone wireless”. Così Damiano Fermo, rappresentante degli studenti in senato accademico, liquida il discorso. Anzi, aggiunge: “Ne stanno discutendo da un po’”. Oppure vie di mezzo, come a Reggio Calabria, dove qualcosa si muove: “Delle quattro Facoltà dell’Ateneo calabrese – ci informano dall’ufficio stampa – solo Architettura è coperta da rete wireless, mentre ad Agraria e ad Ingegneria vi sono delle postazioni con pc dove gli studenti possono navigare.” Oppure…

Pisa, l’università cablata.

L’avanguardia è forse qui. L’ateneo, “a partire dal 1994 “ha subito” il totale cablaggio in fibraottica monomodale delle sue strutture dotandole di una rete di proprietà dell’Università” ci racconta Stefano Ciuti direttore del Serra, Centro Servizi Rete d’Ateneo. “La rete – continua – si snoda nei vari edifici dell’ateneo, nelle Case degli studenti, nelle biblioteche, nelle aule studio, nei tanti piccoli campus che compongono l’Ateneo pisano. In ognuna di queste zone ci sono più accessi dove ogni studente, dotato di proprio laptop può, attraverso il cavetto lan, collegarsi gratuitamente alla rete. L’accesso è facilitato: basta inserire login è password già in dotazione allo studente per accedere ai servizi telematici, come prenotazione esami, ritiro certificati e tutto quanto concerne.”
E il wireless? “Parallelamente a questa rete – spiega Stefano Suin, responsabile della reti wireless all’interno del Serra – si sono sviluppate delle sperimentazioni in direzione del wireless. Sono dunque già coperti diversi giardini dove gli studenti studiano e si incontrano, ma anche le facoltà di Ingegneria e Economia risultano coperte da rete wireless e a breve lo sarà anche tutto “il polo scientifico.” L’attuale situazione vede l’Ateneo coperto a macchia di leopardo, ma nei prossimi 20 mesi contiamo di aumentare le zone wireless. In alcune biblioteche l’università mette a disposizione delle “penne wirless” per i laptop di vecchia generazione” Fantascienza? Quasi. Ma non finisce qui. “L’ altra sperimentazione è stata quella di portare l’adsl a casa di 100 studenti che pagavano il servizio ma si collegavano con l’ip della facoltà potendo quindi usufruire gratuitamente di servizi come l’abbonamento a riviste scentifiche.”

Udine, wireless già da un po’
Qui il wireless ce l’hanno già dal settembre 2003 e dal polo scientifico dei Rizzi e’ stato successivamente distribuito sul resto delle sedi universitarie. “In particolare – spiega Claudio Castellano, responsabile delle reti telematiche del Centro Servizi Informatici e Telematici
dell’università di Udine – tutti le sedi dell’Ateneo che ospitano attivita’ didattica hanno almeno una zona wi-fi per gli studenti, comprese le sedi di Gorizia, Pordenone e Gemona. Esistono zone di accesso sia nelle biblioteche che in aree studio. Gli utenti si autenticano tramite username e password e il protocollo utilizzato è il PEAP in quanto era la soluzione più semplice e immediata che ci consentiva di mantenere un buon livello di sicurezza senza complicare eccessivamente la vita all’utente. Infatti abbiamo deciso di utilizzare delle credenziali che già impiegavano per gli accessi ai laboratori”
Castellano ci racconta un po’ la genesi di una realtà che ha un po’ anticipato i tempi. “Il servizio Wi-Fi di Ateneo e’ nato specificatamente per consentire agli studenti di accedere a tutti i servizi on-line che abbiamo messo a loro disposione utilizzando un PC portatile di loro proprieta’. Inizialmente fu fatta una convenzione con un produttore locale di PC (ASEM) e un istituto di credito (CRUP, nome odierno Friulcassa) per poter offrire la possibilita’ di acquisto a condizioni agevolate di un PC portatile dotato di scheda wi-fi (nel 2003 non erano molte le macchine dotate di questo tipo di scheda, ndr) preconfigurato per accedere alla nostra rete (anticipando di qualche anno l’iniziativa “Un c@ppuccino per un PC”). In questa maniera anche gli studenti di Facolta’ non squisitamente tecnolgiche potevano utilizzare gli accessi senza incontrare eccessive difficolta’. Contestualmente venne anche attivato un servizio di assistenza agli utenti per supportarli nella configurazione delle macchine. In considerazione del fatto che, come già anticipato, alla partenza del servizio il PC portatile poteva essere sprovvisto di scheda, abbiamo anche attivato un servizio di cessione in comodato d’uso gratuito di una scheda wi-fi a beneficio di tutte le matricole.”

Cassino, il cappuccino senza fili.
Al professor Andrea Bernieri presidente del Casi, Centro di Ateneo per i Servizi Informatici deve piacere molto il cappucino, così ci racconta che “L’anno scorso all’interno del progetto ministeriale ‘Un cappuccino per un pc’, che prevedeva agevolazioni finanziari per l’acquisto di personal computer, vi era una parte di tale progetto dedicata all’università. Noi siamo riusciti a farci finanziare un progetto per poter creare una rete wireless all’interno dell’ateneo. Il nostro progetto prevedeva un finanziamento di 50.000euro, siamo riusciti però ad ottenerne 40.000 e con questi stiamo creando la rete. Siamo ancora in fase sperimentale e stiamo dando priorità alle 4 sedi urbane e in seconda istanza copriremo anche le 3 sedi extraurbane.” Ma che zone sono dunque coperte? “Sono coperte le biblioteche, le aule studio, i laboratori, le zone più affollate dove gli studenti si ritrovano. L’accesso è facilitato, poiché lo studente deve solo usare la login e password già in dotazione. La rete è chiaramente protetta e quindi nessuno esterno alla facoltà può usufruire delle zone coperte dalla rete. Inoltre i nostri server girano su Linux. Da anni, poi, ci sono le postazioni fisse con pc per chi non avesse il proprio lapotop e altresì sono presenti i totem self-service per i certificati e altri servizi.”

Venezia, canali wi-fi

Venezia si tiene al passo coi tempo e dall’università fanno sapere che nel corso del 2006 è stata quasi completata la seconda fase del progetto WiFi di Ateneo, che prevedeva una copertura, il più possibile capillare, di punti di accesso (hot spot) nelle aule. Nella prima fase si era assicurata la copertura delle aree comuni delle diverse sedi: biblioteche, aree di attesa, aree scoperte. Al 31/12/2006 le sedi con copertura WiFi sono : 18 ovvero buona parte di quelle attualmente in uso. Otello Martin, del Centro Servizi Informatici e di Telecomunicazione di Ateneo, ci fornisce ulteriori dati interessanti: “gli apparati Wi-Fi attivi sono 56. Nel corso del 2006: il traffico Wi-Fi in download, da Internet verso la Rete di Ateneo, è stato pari a 1.525 GBytes, quello in upload, dalla Rete di Ateneo verso Internet, è stato pari a 855 Gbytes il numero di connessioni alla rete WiFi è stato pari a 32.903. Il numero di utenti, distinti, che si sono connessi alla rete WiFi è stato pari a 1.452 il numero simultaneo di utenti connessi alla rete WiFi è stato pari a 100. Inoltre il traffico indotto dalla rete Wi-Fi ha inciso mediamente per il 10% sul traffico totale scambiato tra la Rete di Ateneo ed Internet”. Sul come accedere, anche a Venezia, funziona come nelle altre università: possono accedere alla rete WiFi di Ateneo solo ed esclusivamente persone che siano state accreditate e siano quindi in possesso di un username e di una password. Tutti gli studenti sono in questa condizione e “gli utenti – spiega Martin – devono scaricarsi un client VPN ( a titolo gratuito) messo a loro disposizione dall’Ateneo e attraverso quello possono navigare in tutte le aree coperte senza limiti di tempo e di traffico.”

Studenti Magazine


 

L’università che fa «CULTURA»

In che modo l’università italiana fa cultura? Al di là degli appuntamenti più o meno ammiccanti, dove musicisti in voga e star del cinema rilasciano autografi e concedono baci e fotografie per promozionare i loro prodotti? Oltre lo schema della “lectio frontalis” dove c’è qualcuno che parla e qualche volta qualche timida domanda, spesso preparata e concordata, da parte degli studenti? StudentiMagazine è andata un po’ giro per vedere che aria tira…

Venezia, Teatro di Santa Marta.

Nella città natale di Carlo Goldoni il teatro e in generale l’arte ce l’hanno nel sangue. Così, da qualche anno, l’università ha pensato bene di restaurare il teatro G.Poli di Santa Marta e il professore Carmelo Alberti, che in rettorato cura la delega per le attività culturali della struttura e in università cura i corsi di antropologia culturale e storia del teatro, ci spiega che “Il Teatro di Santa Marta è gestito direttamente dal rettorato di Ca’ Foscari, con l’intento di diventare – dopo la soluzione di alcuni problemi tecnici che ne migliorino l’autonomia e l’autogestione – un punto di riferimento per l’attività teatrale e culturale della città.” “Visto che – continua il professore – abbiamo corsi di laurea come Tecniche artistiche dello spettacolo ed Economia delle arti e delle attività culturali, in cui si insegnano materie attinenti all’organizzazione, alla gestione e alla produzione di spettacolo, si è cominciato con uno stage rivolto agli studenti che ha realizzato un cartellone sperimentale, ospitando tre compagnie poco note, offrendo loro la possibilità di mettere in prova i loro spettacoli, per farli vedere poi sia agli studenti sia ai responsabili dei teatri della Regione per inserirli nel loro cartellone”. L’idea di “sporcarsi” le mani con la pratica, per quanto “ovvia”, non sempre trova riscontri concreti nell’obsoleto mondo accademico dello stivale. “Inoltre – prosegue Alberti – il Teatro ospita produzioni teatrali dei Dipartimenti di Lettere oppure di Lingue Straniere; è reso disponibile agli studenti che vogliano proporre iniziative di teatro in linea con gli scopi dell’Ateneo veneziano. Recentemente è stato realizzato lo spettacolo “La signorina Giulia” di Srindberg, accompagnato da una giornata di convegno, ospitata sempre nella sala del Teatro. Ci sono stati spettacoli promossi da compagnie locali o sostenuti dagli enti locali. Stiamo tentanto di renderlo sempre più autosufficiente sul piano dei finanziamenti, perché possa diventare un polo di ricerca teatrale regionale”. Una struttura dunque che mira ad aprirsi al territorio senza trincerarsi dietro “la cortina di ferro” del sapere accademico e che è gestita, come dice il professore Alberti, “da tre anni accademici e fa parte del complesso edilizio della Facoltà di Scienze, ed era parte integrante del vecchio Cotonificio di Santa Marta (era il teatro aziendale). E’ stato restaurato circa sei anni fa e per regolamento il Teatro è affidato al personale dell’Ateneo, quindi sorveglianza apertura e chiusura sono sempre responsabilità dell’Università, anche nel caso di cessione ad esterni. Gli spettacoli possono essere a pagamento o gratuiti; i nostri sono stati gratuiti.

Napoli, Academy Astra
Nella la città di Pulcinella sono andati anche oltre. In pieno centro, in via Mezzocannone 109 nel cuore del polo universitario della Federico II, l’Ateneo ha rilevato, per dare nuova vita, l’Academy Astra, (vecchio cinema dove si proiettavano film d’essay, ndr) ubicandovi il Centro Cinematografico e Teatrale di Ateneo. La professoressa Enrica Amaturo preside della Facoltà di Sociologia e presidente del comitato scientifico che gestisce l’Academy ci racconta che “L’idea e’ nata in conseguenza della chiusura del Cinema e del rischio concreto che al suo posto fosse aperta una sala Bingo proprio nel cuore della cittadella universitaria. L’Ateneo ha quindi deciso di affittare la sala, utilizzandola durante i giorni feriali per le attivita’ didattiche istituzionali; con il contributo della Regione Campania ha poi deciso di dare vita ad una vera e propria attivita’ di sala cinematografica. Le trattative e la fase organizzativa sono andate avanti nel corso del 2006.” L’inaugurazione risale appunto allo scorso ottobre. “ Durante il giorno – continua la Amaturo – l’Academy Astra funziona da aula per le lezioni con elevato numero di studenti della Federico II. Nei pomeriggi e’ possibile prenotarla (sempre per docenti e studenti) per attivita’ seminariali e di laboratorio didattico legati al cinema e al teatro o proiezione di documentari scientifici. Dal giovedi’ alla domenica funziona il cinema aperto alla città. Il mercoledi’ sera, con cadenza quindicinale, alle 20 si tiene il cineforum di
Ateneo, anch’esso aperto a tutti.” I prezzi sono “politici” da 1,5€ a 3€ per gli studenti universitari di tutta Italia, e da 3€ a 6€ euro per chi studente non lo è più o non lo è mai stato. Per il pubblico del rione che ospita l’Academy, per la città. “L’Academy Astra – conclude – e’ nel centro storico della
citta’, nel cuore e da sempre ha svolto una programmazione cinematografica di qualita’, caso quasi unico, ormai, nel panorama cittadino. Tenerlo in vita significa riaccendere una luce nel centro storico, aumentandone la vivibilita’, e contribuire a non far morire il cinema d’autore.”

Catania, al via i Circuiti Culturali

A Catania, da quando si è insediato il nuovo rettore Recca, qualche mese fa, “la cultura” ha un nuovo volto, quello del Professore Luciano Granozzi. A lui è stata affidata una nuova delega per il rettorato etneo, quella relativa ai Circuiti Culturali. Lo scopo dichiarato è quello di non rimanere “chiusi” in se stessi ma di aprirsi alla città. L’obbiettivo è “creare”, rivitalizzando gli storici edifici di Piazza Università nel centro storico, installando una “Mediateca Centrale d’Ateneo” aperta anche di notte e una “Galleria d’Arte contemporanea dell’Università di Catania” che possa dar dimora ai fermenti artistici della città.

Roma, in cerca di una banda
Alla Sapienza va forse il primato dell’iniziativa “culturale” più strana. La creazione di una “Banda d’università”. C’è tempo fino al 15 marzo per potersi candidare, le iscrizioni sono aperte a studenti, laureati, dottorandi, docenti e personale tecnico-amministrativo senza, immaginiamo, differenza di “grado” ma solo attraverso il merito. “Così – scrivono sul sito dell’Ateneo romano – si vuole promuovere conoscenza, cultura e solidarietà all’interno dell’università”.

Studenti Magazine


 

Happy Birthday ERASMUS

Tutto ebbe inizio nel 1987. Il muro di Berlino doveva ancora cadere, la guerra fredda era ancora, veramente, fredda e la maggior parte di voi, lettori di StudentiMagazine, che avete tra le mani queste pagine (compreso chi scrive, ovvio!) era più o meno un moccioso che guardava “Holly e Benji” o “Kandy Kandy” e andava a scuola con il tanto odiato grembiule.

Già, in quel anno ben 3244 studenti, zaino in spalla, qualche libro e tanta voglia di viaggiare, partì attraverso l’Europa grazie ad uno strano progetto chiamato Erasmus e finanziato dalla Comunità Europea. Di italiani ne partirono circa 220, contro i 925 studenti del Regno Unito e gli 895 francesi. Nel 2007, il progetto, compie vent’anni e di acqua sotto i ponti ne è passata: “Nell’ultimo ventennio – si legge sul sito della Comunità Europea – ben più di un milione e mezzo di studenti, 60% dei quali donne, ha beneficiato di borse ERASMUS e la Commissione Europea intende raggiungere entro il 2012 un totale di 3 milioni”. E se il presidente della Commissione, Josè Emanuel Barroso, in occasione dell’avvio delle celebrazioni per il 20° anniversario del progetto ha dichiarato che “ERASMUS è diventato qualcosa di più di un semplice programma in campo educativo e dà ora a molti studenti delle università europee la possibilità di vivere per la prima volta in un paese straniero acquistando lo status di un fenomeno socioculturale”, Jan Figelà, commissario europeo incaricato di Istruzione, formazione, cultura e multilinguismo, gli fa eco affermando senza mezzi termini che: “i mesi trascorsi all’estero costituiscono anche una pietra miliare nelle vite di migliaia di persone: l’80% dei partecipanti sono i primi della loro famiglia a trascorrere un periodo di studio all’estero”. Ben 1.370.183 gli studenti che fino all’anno accademico 2004-05 (fonte: commisione europea, ndr) si sono mossi per l’Europa, 156.910 gli italiani. La Spagna è il paese più scelto con 25.511 studenti accolti. Fanalino di coda il Lussemburgo. Solo 16 studenti che hanno scelto il minuscolo stato nel cuore dell’Europa come meta. I tedeschi risultano essere invece i più mobili con oltre 22.427 studenti che hanno deciso di trascorrere un periodo di studio all’estero.

Ma come vivono l’Italia gli studenti stranieri che arrivano nel paese della dolce vita? Già nello numero scorso, in occasione del “Welcom Day” che si è tenuto a Roma in presenza del Presidente Prodi, avevamo raccontato, sentendo alcuni studenti stranieri che vivono a Roma, di come l’Italia fosse uno dei paesi meno dotata di infrastrutture per ospitare studenti stranieri.

Abbiamo voluto, così, spostare il punto di vista. A Milano Marco d’Errico di Eseg (un’associazione studentesca nata nel 2004 con l’obiettivo di aiutare e promuovere
l’integrazione tra studenti italiani e stranieri) ci spiega che “stimiamo in circa 2000 gli studenti (dato comunque variabile di anno in anno) che scelgono Milano come sede del loro periodo di studio in Italia. A questo va sommato il dato relativo ad altre Scuole, come lo Ied ed il Marangoni. Un altro importante aspetto è rappresentato dalla presenza, sempre maggiore e rilevante, di studenti stranieri iscritti direttamente presso le nostre Università. Gli studenti stranieri possono infatti immatricolarsi e seguire i corsi fino al termine del percorso formativo. Inoltre, se consideriamo anche i corsi post lauream (Master e dottorati di ricerca) il fenomeno diventa sensibilmente più rilevante.

Da questo punto di vista, ESEG sta portando a termine una ricerca che produrrà dati sensibilmente maggiori a giugno 2007”. A Milano, appunto, incontriamo Cerian, accento assolutamente british: “Sono arrivata a Milano a settembre, e devo studiare qui per un anno accademico. Vengo dal Gales, e studio italiano a Cardiff. Sto trovando Milano molto impersonale, è una città grande e non mi piace molto”. Punti di vista, obbiettiamo. E l’accoglienza? “Quando sono arrivata a Milano, un uomo che si chiama Massimo Costa mi ha aiutata, Massimo è il responsabile per gli studenti Erasmus a Milano. Ma in realtà non c’è molta organizzazione per gli studenti Erasmus a Milano.” Le fa eco Kim, collega di Cerian a Cardiff e a Milano “credo che l’università non maneggi gli studenti Erasmus lo stesso come gli studenti Italiani. Mi sembra che noi non contiamo. Loro non hanno il tempo per noi”. Dall’altra parte dello stivale, a Catania, Jorge, spagnolo di Murcia che studia Giurisprudenza ad Almería rassicura spiegando che “mi trovo benissimo, la gente è generalmente gentile e qui c´é un ambente piacevole e per di più ci sono tantissimi studenti stranieri come me. C´è stata una associazione che offriva aiuto agli studenti stranieri, per farti vedere e conoscere meglio la città, aiutarti un po con la lingua e cose di questo tipo.

Il problema è l’Università che mi sembra “malissimamente” organizzata. Ai professori sembra che non gli piacciono gli studenti Erasmus, penso che siamo un fastidio, una perdita di tempo. E poi pago tantissimo di affitto, più degli italiani che affittano case. E’ così un po’ ovunque, però. Ho amici in giro per l’Italia che fanno Erasmus e mi raccontano che hanno gli stessi tipi di problemi”
Sul web, comunque, di associazione pronte ad aiutare gli studenti in incoming se ne trovano parecchie, su tutte, forse ESN, network europeo che in Italia conta circa 29 sezione, più altre 5 in fase di costituzione.
Il presidente di Esn Italia, Antonio Domenico Laleggio, racconta che Esn esiste da più di dieci anni, “dal 1994 esattamente. L’associazione Europea è nata a Copenhagen nel 1990 e le prime sezioni in Italia nel 1992. Come eventi abbiamo riunioni periodiche (piattaforme nazionali), un evento nazionale più tutti i “welcome day” e le attività delle sezioni locali. Il livello nazionale funge da coordinamento generale, ma tutte le sezioni locali mantengono una loro “indipendenza”. L’ultimo evento organizzato è stato “ERASMUS ti cambia la vita! – Benevento 2006” (www.benevento2006.tk, ndr). Le nostre attività e le nostre iniziative sono rivolte a tutti gli studenti in mobilità. Principalmente però la nostra vita associativa è spesa in compagnia di Erasmus in entrata”.

Studenti Magazine


 

Podcast GENERATION

Niente più dispense, niente problemi. La lezione è sul web, a disposizione di tutti, per riscoltare ed integrare ciò che si è ascoltato o si è perso. Nelle facoltà italiane è nata la Podcast Generation.

La strada che ha visto l’uso del podcasting all’interno dell’università italiana passa anche attraverso piccoli episodi. A Roma, ad esempio. Giustino di Cunzolo è uno studente della facoltà di Architettura, alunno del professore Antonio Saggio apripista del fenomeno in Italia, www.arc1.uniroma1.it/saggio. Giustino racconta che “durante la pausa tra la prima e la seconda parte di una lezione il professore di solito controlla che la registrazione esista e sia corretta.

Quella volta si stava già disperando per aver perso un’ora e mezza di lezione, ma fortunatamente una collega, non conoscendo questa peculiarità del corso, aveva l’abitudine di registrare le lezioni. Quindi la sua registrazione è andata a colmare quella mancante del professore”. Oppure a Milano: “Standford aveva messo online lezioni, seminari, interviste, notiziari, cronache sportive, persino la musica delle band studentesche. Insomma era bellissimo. Subito scrissi al Professor Solari della Facoltà di Scienze Politiche, mio “vicino di banco” in Senato Accademico, anch’egli Mac User, per segnalargli questa opportunità. La risposta, entusiastica, mi giunse rapidamente e nel giro di poche settimane e qualche altro scambio di email e chiacchiere in Senato seppi che da cosa era nata cosa e che, nonostante la lentezza dell’apparato buro-accademico della Statale, la Facoltà di Scienze Politiche autonomamente si stava muovendo ed era in trattativa con Apple”. A parlare è Dino Motti, che racconta l’accaduto dalle pagine del sito www.studentistatali.it

Dunque, il fenomeno c’è. Alcune università italiane si sono attrezzate, in vario modo, per poter mettere a disposizione dei loro studenti dei servizi di podcasting, che, come lo definisce Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Podcasting) “è un sistema che permette di scaricare in modo automatico risorse audio o video, chiamate podcast, utilizzando un programma (un “client”) generalmente gratuito chiamato aggregatore o feeder.”
“Il tutto è nato intorno al 25 ottobre del 2005, quando la Apple ha dato la possibilità di caricare dei podcast – racconta il professor Saggio professore associato di Composizione Architettonica e Informatica all’Università La Sapienza di Roma, Facoltà di Architettura L. Quaroni. In un giorno, praticamente, ho capito come fare e l’ho fatto”. Continua Saggio: “Il Podcast è un moltiplicatore, non serve a sostituire la lezione, lo utilizzano gli studenti che si riascoltano le lezioni, integrano. E’ un supporto. All’inizio ho pubblicato le lezioni con dei rimandi attraverso il sito integrando anche con delle immagini. Uso una tecnologia molto semplice, registro la lezione sul computer e in poco tempo, con un minimo di editing la ricarico”. L’esperienza del professor Saggio è stata forse la prima in Italia. Sicuramente va il merito di aver tradotto in didattica l’utilizzo di un sistema, il podcasting, che nasce soprattutto per la diffusione, commerciale, di musica e video.

“Il concetto fondamentale – spiega Giustino – riguarda l’utilizzo del Podcast sia quello che fornisce la possibilità, anche essendo assenti per impegni o malattia, di seguire in differita quello che è accaduto in aula: cosa non di poco conto visto che se si perde una lezione in qualsiasi altra disciplina ci tocca andare a recuperare appunti vari da altri colleghi di studio”.

A Milano, come raccontava Dino la Facoltà di Scienze Politiche, qualche mese addietro ha creato un sito http://podcast.spolitiche.unimi.it/ dove sono scaricabili alcuni corsi. A Salerno invece hanno fatto le cose in grande. Il Centro Ict (Information and Communications Technology) ha creato un vero e proprio laboratorio per il podcasting, con tecnologie anche mobili nel caso di conferenze o lezioni particolarmente affollate: “Abbiamo cominciato la sperimentazione con una serie di collaborazioni nell’ambito dell’Ateneo stesso portando in forma di podcast l’intera guida all’ateneo relativa all’offerta didattica”.

A raccontare l’iniziativa è proprio il direttore del centro Ict dell’ateneo di Salerno, professor Massimo De Santo che spiega che “dal maggio del 2006 abbiamo completato l’allestimento del laboratorio e ad agosto 2006 abbiamo realizzato questo primo servizio, che abbiamo chiamato PodGuida, pensato per le matricole e per chi, appunto, si stava iscrivendo nel nostro ateneo e abbiamo ottenuto circa un migliaio di download. Nel frattempo stiamo procedendo con delle attività di tipo istituzionale, con docenti che a poco a poco stanno pubblicando supporti alle proprie lezioni, soprattutto i seminari. Parallelamente abbiamo dato vita ad un concorso, per far raccontare, attraverso l’uso del podcast, una giornata nell’ateneo di Salerno. Vi hanno partecipato soprattutto studenti, ma anche personale docente e tecnico-amministrativo. La premiazione del concorso è stata fatta coincidere con un convegno dedicato proprio all’uso del podcasting in didattica”. Anche all’università di Bergamo il podcasting prende piede e dalle pagine di pluriversiradio.it sono a disposizione tutta una serie di contenuti, legati soprattutto alla didattica in forma di podcast. Da sottolineare come il pruriversiradio sia stata sviluppata con Podcast Generator, un programma opensource che permette di creare podcast sul proprio sito web ed è disponibile gratuitamente all’indirizzo: http://podcastgen.sourceforge.net.

Se da una parte, dunque, l’università italiana tende ad essere sempre più antica e obsoleta, dall’altra qualcosa si muove, in una direzione che mira sempre più a far veicolare il sapere, senza vincoli e restrizioni, sfruttando sempre più le nuove tecnologie. Conclude Giustino: “Praticamente la lezione perde la dimensione fisica ristretta di un’aula d’università e sfora l’orario come da calendario e diviene flessibile alle esigenze di noi studenti”. Il futuro è adesso.

Studenti Magazine


 

Caro prof, ci sei?

Il mese scorso titolavamo in copertina: “Ma il prof dov’è?”. Seguiva un’inchiesta sulla facoltà di Economia a Cagliari. La domanda, avrebbe detto Michele Lubrano, nasce dunque spontanea: “Dove sono i professori?”. A chiederselo un immaginario studente del sud Italia, siciliano, che da fuori sede non residente nella città dove studia ha ovvi problemi di contatto con il corpo docente. Non resta che la e-mail. L’alias scelto è Mario Rapisardi e la richiesta di informazione chiedeva una data precisa per il ricevimento, dovendo lo studente partire dalla Sicilia.

L’indagine, tra il serio e il faceto, mira a capire la disponibilità dei professori universitari e la loro rapidità nel rispondere alla posta elettronica. Dicevamo “tra il serio e il faceto” perché l’Istat e ogni altra società di statistica storcerebbe il naso, a ragione aggiungiamo noi. Non è la scientificità che ci interessa. E’ più l’andazzo comune. Inoltre, sulla tempistica della risposta, abbiamo giocato un po’ mandando contemporaneamente 10 e-mail ai professori di due Università romane e milanesi. La settimana dopo abbiamo ripetuto l’invio a Torino e Napoli. Ecco il testo della mail: “Gentile Professore, mi chiamo Mario Rapisardi e sono uno studente del Suo corso. Gradirei sapere con certezza se la prossima settimana (quella dal 6 all’11i novembre c.m.) riceve gli studenti, poiché mi trovo a Catania per motivi familiari e ritornerei appositamente per il ricevimento. Mi indichi cortesemente giorno della settimana e l’orario La ringrazio anticipatamente per la cortesia accordatami.

Mario Rapisardi” Il testo inviato ai professori di Torino e Napoli resta identico con l’unica modifica della data, che dal “6 all’11” passa al “13-18 novembre”, cambia anche la data di spedizione che dal 30/10 (giorno in cui i professori di Roma-Milano hanno ricevuto la e-mail) al 6/11 data in cui i professori di Torino-Napoli hanno ricevuto la e.mail. Ancora: gli indirizzi selezionati in maniera assolutamente casuale sono soprattutto di professori ordinari e forse, qualcuno di loro, è uno di quei “baroni” di cui parlava StudentiMagazine il mese scorso.

Però, iniziamo subito da Roma-Milano, dal dito più veloce: è quello della professoressa Anna Maria Birindelli dell’Ateneo di Milano Bicocca, facoltà di Scienze Statistiche. Dopo un’ora e ventuno minuti ha risposto: “Sono in sede il 7 (tutto il giorno), l’8 (dalle 14 in poi) e il 9 mattina fino alle 13.30. Mi indichi lei quando vuole venire in modo che io possa confermarle l’appuntamento”.
A seguire la professoressa Donata Di Cesare, della facoltà di Filosofia dell’Ateneo romano de La Sapienza che dopo 2ore e 28minuti risponde: “Il mio ricevimento sarà come sempre giovedì alle 12.30 – ma se è fuori, può venire anche la prossima settimana”. Sono loro che per per prime rispondono a Mario Rapisardi. E gli altri? Delle 20 e-mail partite per Roma e Milano nessuna è tornata indietro o è risultata “undelivered”. Dei dieci professori romani, 7 de La Sapienza e 3 dell’Università di Tor Vergata, hanno risposto solo in 4 afferenti all’ateneo de La Sapienza. A Milano invece di risposte ne sono arrivate 7 di cui 5 su 7 inviate all’Università Milano Bicocca e 2 su 3 inviate all’Università degli Studi di Milano. I tempi di risposta risultano soddisfacenti: oltre alle già citate professoresse le altre e-mail sono arrivate tutte il 31 ottobre, dunque il giorno dopo tra le 6.16 del mattino e le 18.34 del pomeriggio e una sola è arrivata il 2 novembre alle 00.13.

I professori a cui sono state recapitate le mail prevengono da facoltà diverse: Economia, Matematica, Sociologia, Psicologia, Giurisprudenza, Scienze Statistiche, Scienze della Formazione, Farmacia, Lettere e Filosofia, Scienze della Comunicazione, Ingegneria Civile, Architettura. Tra i professori che non hanno risposto spicca quello di Scienze della Comunicazione de la Sapienza che forse più degli altri dovrebbe essere abituato ad utilizzare la
e-mail. Inoltre, né lui, né gli altri docenti che non hanno risposto si sono fatti più vivi passato il ponte d’inizio novembre e passato il periodo in cui lo studente Mario Rapisardi richiedeva la disponibilità, ovvero dal 6 all’11 di novembre.

E a Torino-Napoli che succede? Delle 20 e-mail spedite ne sono tornate indietro 3 perché risultano di “utenti sconosciuti” eppure sono state reperite dai siti ufficiali delle loro facoltà. Il dito più veloce è quello del professore Gianfranco Alfano della Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli2 che solo dopo 7 minuti risponde così: “Gentile studente, come può leggere sul nostro sito, il mio ricevimento è fissato “dalle ore 10.00 alle ore 12.00 di ogni mercoledì a partire dal giorno 11 ottobre 2006 fino al giorno 22 novembre 2006”. Dunque mercoledì 15 novembre dalle 10.00 alle 12.00 sono a sua (e dei suoi colleghi) disposizione). Cordialmente, Giancarlo Alfano”.

A ruota segue il professore Fabio Bagliano docente della facoltà di Economia dell’Università di Torino, che dopo 10 minuti scrive: “Gli orari di ricevimento sono consultabili su www.sia.unito.it (da consultarsi anche per eventuali variazioni impreviste)La prossima settimana il ricevimento è fissato per mercoledì 11-13. Comunque, non affronterei un viaggio simile solo per venire ad un ricevimento (con il rischio di imprevisti). Non so di quale corso parli (ne insegno 4), ma se fosse qualcosa che si può risolvere senza spostarsi di 1000 km sarebbe meglio. FB“. Gli altri professori comunque rispondo in maniera rapida. La e.mail parte intorno alle 12.30 del 6 novembre e 8 risposte arrivano entro le ore 15, 2 il 7 novembre e una sola l’8 novembre. Delle 8 risposte provenienti da Napoli 5 arrivano dalle 5 inviate all’Università di Napoli2 e 3 dalle 5 inviate all’Ateneo FedericoII. A Torino invece le mail sono state spedite tutte all’Università degli Studi di Torino e su 10 e-mail sono arrivate 7 risposte.

Infine: la disponibilità dei docenti delle quattro città a concordare un appuntamento “sicuro” è stata unanime e in alcuni casi, il nostro Mario Rapisardi, è stato inviato a non affrontare il lungo viaggio e avere un contatto telefonico col docente. In attesa del video-ricevimento, non c’è da lamentarsi. Almeno in questi 26 casi.

Studenti Magazine

 


 

COMUNICARE ALL’UNIVERSITA’

Viviamo “nell’era della comunicazione”. Siamo sommersi da un flusso di informazioni quotidiano. Così nelle università dello stivale crescono come funghi realtà che, in un modo o nell’altro, cercano di fare informazione. E non è solo una prerogativa dei futuri “scienziati della comunicazione”. Studenti Magazine ha fatto un giro per la rete, per vedere che aria tira.

Macerata. Cittateneo on-line. www.unimc.it/cittateneo.

Cittateneo è andato on line per la prima volta nello scorso maggio. La mission del magazine ce la spiega Paola Dezi che si occupa della comunicazione dell’Ateneo: “Cittateneo on-line, è scritta dagli studenti per informare sulle iniziative attive nell’ateneo, ma anche per offrire una riflessione sui suoi rapporti con la città, la provincia, la regione e con il più generale contesto nazionale e internazionale. La rivista si avvale della collaborazione di studenti selezionati da ogni Facoltà. Diffuso alcuni anni fa in formato cartaceo unicamente all’interno dei locali dell’Università, Cittateneo è sbarcato quest’anno sul web. L’incontro con le tecnologie informatiche ha permesso un arricchimento dei contenuti e un ampliamento della loro diffusione”. Lo styling del sito è semplice ed efficace. Tra le rubriche spicca un “Lo dico al Rettore”. Chissà se rispondera?

Genova. L’Orma. www.lormaonline.com

“L’idea è del Gennaio 2004” spiega il direttore responsabile Francesco Ristori. “L’attuale e definitivo assetto risale al 12 Agosto 2005. Il 25 Gennaio 2006 vengono formalmente costituite le Redazioni di Napoli e Torino già in precedenza operative. Vi partecipa attualmente un gruppo di studenti dell’Università di Genova, due studentesse della Suor Orsola Benincasa di Napoli, una studentessa ed uno studente a Torino. Contiamo anche due soci in Polonia a Szczecin”.
Il sito non presenta particolari accorgimenti grafici, basandosi su moduli standard in php-nuke appare con una classica divisione in tre colonne con le “aree del sito” a sinistra e sondaggio a destra. Al centro i box, stile blog, per gli articoli.

Udine. Qui.Uniud http://qui.uniud.it
Ad Udine tira un aria diversa. Ci racconta tutto Simonetta Di Zanutto, responsabile dell’ufficio stampa dell’università di Udine e direttore responsabile di Qui.Uniud: “L’e-magazine dell’Università degli Studi di Udine è stato registrato come testata giornalistica nell’ottobre del 2004. Ha cominciato a pubblicare regolarmente articoli dal gennaio 2005. La redazione è formata esclusivamente dai giornalisti dell’Ufficio stampa dell’Università di Udine. L’idea nasce dall’esigenza di far conoscere che cosa succede ogni giorno all’Università di Udine. Era un’esigenza molto sentita sia all’interno che all’esterno dell’università, quindi il nostro target sono docenti, studenti e dipendenti, ma anche altre istituzioni, imprese, giornalisti e, in generale, chiunque sia interessato alle attività dell’ateneo.”

Salerno. Controcampus. www.controcampus.it

In realtà Salerno è solo il punto di partenza, perchè Controcampus abbraccia varie città.
Oltre alla versione web il pdf da scaricare, stampare e distribuire. Si legge sul sito “La voglia è sempre stata fin dall’inizio quella di dare uno strumento ai giovani studenti da utilizzare come meglio credevano per denunciare fatti, pretendere risposte, e oggi è anche uno strumento per conoscere e sapere sempre di più sul mondo dell’Università e della ricerca. Possono partecipare studenti di tutte le Università italiane ed europee interessati alla scrittura e che hanno quindi interesse a fare una prima esperienza giornalistica; docenti e ricercatori o personale tecnico amministrativo interessati a voler divulgare le loro ricerche e le loro notizie servendosi della nostra testata per fare pubblicità ai propri studi.”

Bologna.

La risposta arriva via mail, laconica: “Non mi risulta che ci siano web magazine gestiti da studenti, mi spiace. Patrizia Romagnoli. Ufficio Stampa Università di Bologna”.

Napoli.
Napoli si sa, è croce e delizia d’Italia. Così a guidarci nel limbo dell’Ateneo Federico II è Rosario Pogliese, rappresentante degli studenti di ateneo: “Gli studenti negli ultimi anni e soprattutto dall’avvento di internet si sono dati tanto da fare. Testimonianza ne sono tutta una serie di siti che cercano di dare informazioni a vario titolo agli studenti. Ad esempio: eurostudent.it, portale degli studenti dove è possibile recuperare informazioni su un pò tutte le università della Regione Campania un sito questo che propone anche sondaggi e convenzioni. Poi, da poco è nato happystudent.it. Ancora: www.assingegneria.it che è un pò rivolto alle news sulla didattica ed un pò alle questioni concernenti il mercato del lavoro, oppure c’è il sito relativo alla facoltà di Farmacia della associazione campana giovani farmacisti www.acgf.it. A Scienze politiche: http://xoomer.virgilio.it/scienzepolitiche, a Giurisprudenza www.elsanapoli.it.” Come dire, vedi Napoli e poi muori.

Catania. Step1. www.step1.it

“La prima versione di Step1, è del marzo 2004. Dal gennaio 2005 arriva la nuova versione grafica e, soprattutto, la registrazione della testata”. Così Silvia Lo Re ci spiega la genesi di Step1 nato dentro le cellette dell’ex Monastero dei Benedettini di Catania, attuale sede della facoltà di Lingue e letterature straniere. “Il 98% dei contenuti sono nostri. E’ la nostra forza, probabilmente la nostra migliore qualità: quella di riuscire a garantire un aggiornamento quotidiano e un rapido girare di articoli senza ricorrere ad altre fonti.”
Si divertono anche a Catania “quest’anno abbiamo deciso di fare i cattivi per l’1 aprile e così abbiamo pubblicato, in apertura, un articolo-cronaca su un presunto furto di compiti d’esame presso la facoltà di Lingue. Un sacco di email hanno invaso le caselle di posta dei docenti. Siamo stati ripresi ufficialmente dalle lettrici di inglese in maniera poco british. Tutto questo ci ha testimoniato come il nostro lavoro viene costantemente seguito e preso molto sul serio, dentro e fuori l’università”

Studenti Magazine

 


 

Radio Kills the video stars

La radio forse non riuscirà veramente le star delle radio, eppure la radio mania impazza. Gli ascolti aumentano e nelle università italiane nascono esperienze di radio libere. Come negli anni ’70, sul web però.

Ricordate il ritornello “Video kills the radio stars”? Dimenticatelo, ora suona così: “Radio kills the video stars”. Sì, la radio, nata nel 1895, riscopre in questo scorcio di inizio secolo una nuova giovinezza. E’ radio mania, indubbiamente. Ma è anche una scelta “dal basso”, come fu negli anni ’70 con le radio libere. Ora però di frequenze libere non ce ne sono più e dunque ecco a dar manforte il web. Le web radio fanno la voce grossa, e prima c’è stata la rimonta di quelle “mainstream” che hanno deciso di trasmettere anche on line o on demand tramite pod cast, e poi (quasi in contemporanea) il fenomeno ha contagiato anche le nostre università. Complice del tutto il proliferare di corsi universitari dedicati alla comunicazione.

“Questa radio è un’opportunità fantastica. Abbiamo la possibilità di fare quello che ci piace e come ci piace. La nostra musica, le nostre idee, le nostre passioni hanno carta bianca in un palinsesto giovanile e “veloce”. Musica nuova e datata, cinema, letteratura ed attualità: stiamo cercando di coprire ogni campo della nostra vita. Ovviamente con un’attenzione particolare per il mondo universitario. E chi meglio di noi studenti può sapere cosa vogliono ascoltare i nostri coetanei?” Le parole di Giorgio Pennisi sprizzano gioia e soddisfazione da tutti i pori. La radio in questione si chiama Radio Zammu’ (www.radiozammu.it) e viene fatta in una piccola cella dell’ex Monastero dei Benedettini a Catania. Lì c’è la sede della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Loro, i “carusi” che l’hanno fatta nascere, sono studenti universitari. L’anno scorso ci fu una falsa partenza, ma da qualche mese si è iniziato fare sul serio. L’università ha comprato dei computer e montato una sala di regia con tutti gli attrezzi. Tutto il resto, come ha detto Giorgio, è ad opera dei ragazzi. Le frequenze sono quelle del web, perché via etere costa troppo e perché non ci sono frequenze libere giù nella città etnea. Così si parte con i programmi e quando c’è qualche evento si va in diretta, come quando in facoltà è venuto Vinicio Capossela: paura e delirio a Catania. Ma l’esperienza di Radio Zammu’ non è certo l’unica in Italia.

Ad aprire la strada in Italia nel 1998 è l’università di Siena. “Per la configurazione del territorio – si legge sul sito della radio www.facoltadifrequenza.it – e le caratteristiche della “città universitaria” l’Università di Siena ha individuato nella radio il canale di comunicazione interna più adeguato: la radio raggiunge in maniera capillare e discreta il suo pubblico, offre informazioni, musica e intrattenimento. Nello specifico Facoltà di Frequenza consente ai componenti della comunità universitaria di informarsi, di esprimersi, di confrontarsi, di riflettere su temi di interesse comune. Attraverso la radio la comunità universitaria rafforza la propria identità e il senso di appartenenza. Questi aspetti si consolidano attraverso le molteplici occasioni di contatto che la radio propone, come il telefono e la posta elettronica.

Facoltà di frequenza rappresenta un laboratorio per gli studenti interessati a lavorare nei media, non solo in radio. Questa iniziativa, soprattutto per gli studenti di Scienze della comunicazione, rappresenta un’opportunità che permette di verificare sul campo conoscenze maturate nel percorso di studi: in questo senso, il progetto di radio d’ateneo s’innesta sulla scia dei travaux dirigés e degli ateliers che, negli atenei europei, arricchiscono il percorso formativo e professionale dell’individuo.”

Oltre che via web la radio la si ascolta sulle frequenze 99.450 Mhz sul territorio senese. A Verona, invece, ci sono quelli di Fuori Aula Network (www.fuoriaula.it). Parliamo con Tiziana Cavallo che ci racconta che “possono partecipare tutti e si fa un tarinig teorico e pratico prima di andare davanti al microfono anche se ritengo che prima viene la pratica e poi la teoria e facendo si impara, e pure sbagliando. Il momento più bello? il primo vagito via web nel marzo 2005. Il momento più brutto? Quando non va il server che ci trasmette.” Tiziana ci spiega che “la radio trasmette dalle 10 alle 24 e sabato e domenica 24 ore su 24.

Attualmente abbiamo circa 30 programmi in onda e la redazione è composta da 42 ragazzi, studenti dell’ateneo di Verona da tutte le facoltà con prevalenza di Scienze della Comunicazione. FAN (Fuori Aula Network) è una web radio che ha tutte le fattezze di una classica radio. Però a differenza di quest’ultime, la nostra radio è no-profit: si tratta in realtà di un laboratorio multimediale dove esprimere con forza e libertà la creatività dei singoli redattori, che riscoprono all’interno di quest’ambiente una dimensione con forte carattere di socializzazione e di professionalità”. Tornando a sud, a Foggia, c’è l’esperienza Campus Village che “in realtà è un programma radiofonico universitario che trasmette grazie al network foggiano Inforadio”.

A parlare è Concetta Fiorino che insieme a Ivan Petrelli e Luigi Bisciotti si occupano di tutto ciò che serve. Continua Concetta: “La frequenza è 103.00, e ovviamente puo’ essere ascoltata via radio sola a Foggia e in provincia, ma attraverso il sito della radio (www.inforadio.fm) in streaming, in diretta, si puo’ ascoltare il programma in tutto il mondo. Si tratta, quindi, di una trasmissione di un’ora, ogni mercoledì dalle 17.05 alle 18.00 e in replica il giorno dopo,il giovedi’ dalle 9.05 alle 10.00. Durante questo appuntamento settimanale cerchiamo di dare risalto alle news universitarie, ma poi c’e’ lo spazio per la cultura, le tendenze e lo svago, ogni informazione e’ alternata da una programmazione musicale rigorosamente”.

Ma non si finisce qui, c’è “La Radio d’Ateneo” a Teramo in onda, sulla frequenza abruzzese 102, con quattro ore di trasmissione al giorno (dalle 8 alle 10 e dalle 18 alle 20) venti rubriche settimanali, due notiziari quotidiani, trentacinque studenti impegnati nella conduzione e venti nella redazione, in un costante turn-over. Oppure quella della Libera Università Maria SS. Assunta di Roma. Ricordate? “Radio Kills the video stars”.

Studenti Magazine


 

Raffinerie, incendio a Priolo

La zona petrolchimica nata cinquant’anni fa nella costa siracusana doveva essere il volano del sogno industriale siciliano. Quel sogno è fallito miseramente e il “mostro chimico” si erge luminoso distruttivo, inquinante. I posti di lavoro creati con l’avvento delle industrie sono stati e sono tutt’ora pagati a caro prezzo, basti pensare all’alto tasso di bambini nati con malformazioni in tutto il comprensorio. L’incendio scoppiato il primo maggio è solo uno dei tanti occorsi in tutti questi anni. Uno dei più grandi riguardò l’ Icam (Ipresa congiunta Anic Montedison) il cui impianto fu distrutto completamente.

Quella notte del 1985 era il 19 maggio, morirono dei lavoratori e una donna di Priolo mentre tentava di fuggire incolonnata in macchina. Il suo cuore non resse alla paura, in molti tentarono di fuggire da Priolo, le macchine rimasero intrappolate nell’unica di via di fuga. I rischi e la paura continua, e la sicurezza? Quando le fiamme si sono alzate, la sera del primo maggio, la mente sarà tornata a quella sera. Molti, anche nei comuni limitrofi di Augusta ed Avola, hanno avuto paura e soprattutto a Priolo hanno deciso di abbandonare la città. Ora ci sono più vie di fuga e c’è anche un sistema di megafoni altoparlanti, con cui il sindaco Massimo Toppi ha invece però invitato i cittadini a non abbandonare le case perché c’era il rischio che la nube tossica arrivasse in città, ma poi fortunatamente l’ha spinta verso il mare. Priolo è una città che vive e convive col terrore, oltre che con l’odore acre di uno dei poli petrolchimici più grandi d‘Italia.

“Ogni primo giovedì del mese in città fanno la prova per vedere se i megafoni funzionano” ci spiega un tecnico che lavora all’impianto Erg. Preferisce che non si pubblichi il suo nome, perché “non si sa mai”. Ci racconta che “nello stabilimento la sicurezza dei lavoratori viene continuamente monitorata. Il problema sono gli impianti: sono vecchi di 50 anni, fatiscenti.” Il suo settore non è quello dove è scoppiato l’incendio e “non sono riuscito a capire cosa sia successo”. Proviamo a fare qualche ipotesi, ad ipotizzare un nesso di causa-effetto con l’età degli impianti. “Non posso escluderlo, ma non si ha nessuna certezza”. Ci racconta come nell’impianto Erg ci siano diverse ditte esterne che lavorano, anche alla sicurezza, “se segnaliamo qualche rischio, o qualcosa che non funziona alla ditta che si occupa della manutenzione, la stessa ha previsto dei premi, delle ricompense”.

Il problema è proprio nella sicurezza di questi impianti e nei piani di sicurezza che riguardano le popolazioni che vivono da queste parti. Se le fiamme dopo circa 80 ore di emergenza si sono definitivamente spente, le polemiche sulla sicurezza divamperanno ancora per molto. “Incidenti come questi non dovrebbero accadere” dichiara Enzo Parisi vice presidente di Legambiente Sicilia. “Non sappiamo ancora per certo cosa sia successo, però sembrerebbe che ci sia stata una scintilla, durante la fase di manutenzione di un tubo dove viene trasportato del greggio, che ha fatto scoppiare l’incendio” ci spiega. “E’normale che in migliaia di chilometri di tubature ci possano essere dei guasti, dei buchi, è però anche normale che in fase di riparazione si prendano tutte le precauzioni possibili, come ad esempio evitare che nel punto dove si sta applicando una toppa ci sia del greggio. Saranno forse state sottovalutate le norme interne di sicurezza relative alle riparazioni?”.

E sulla direttiva Severo, più volte tirata in ballo in questi giorni, continua spiegandoci che “fa riferimento a due piani di sicurezza, un primo interno riguarda lo stabilimento, un secondo riguarda l’esterno e le popolazioni limitrofe. Solo Priolo ha un impianto di megafoni per avvisare la cittadinanza su ciò che succede. Ad Augusta, che in linea d’area dista due chilometri dall’incendio i cittadini hanno saputo cosa fare solo grazie alle notizie dai tg. Stesso discorso per Avola e Siracusa nord. Inoltre c’è un problema ben più grave, la gente tende a dimenticare e chi è preposto alla sicurezza dovrebbe far di tutto per tenere alta la tensione e invece non si sono mai fatte delle reali prove di evacuazioni di queste città”. Già, pare che le prove le faccia solamente la protezione civile e le forze dell’ ordine, senza coinvolgere i cittadini.

Aggiunge, infine, molto preoccupato “nel 1990 quest’area è stata definita ad alto rischio ambientale, nel 1995 è stato stabilito un piano di risanamento che non è mai stato attuato e attualmente c’è un concreto rischio di ampliamento di impianti che potrebbero provocare incidenti rilevanti, ovvero che danneggino le popolazioni e i territori vicini agli stabilimenti”

Liberazione, pagina regionale Sicilia


 

“Santa Rosalia Liberaci dal Pizzo”

C’è una Sicilia giovane che ha deciso concretamente di “rarisi versu”, di darsi da fare. C’è chi nelle terre confiscate ai mafiosi sforna simboli di legalità producendo l’olio, la pasta, il miele, i legumi, il vino, la farina, la passata di pomodoro e molto altro ancora. Sono le cooperative del progetto Libera Terra (www.liberaterra.it), in primis la cooperativa “Placido Rizzotto”, ma anche la “Cooperativa lavoro e non solo”, l’ “Associazione Casa dei Giovani”, la “Cooperativa NoE” e la “Cooperativa La Valle del Marro”.

C’è anche chi si muove nel sociale, come il Centro Iqbal Masih che opera nel quartiere ghetto di Librino a Catania, o l’associazione Scomunicazione (www.scomunicazione.it/pizzino) che realizza a Palermo il mensile Pizzino – un mese di satira, spamming con sarde e affucanotizie. Ci sono gli studenti fuori sede, che in giro per l’Italia hanno organizzato il “Rita Express”(www.ritaxpress.it) per poter venire a votare alle regionali, perché vedono in Rita Borsellino una candidata antimafia rispetto a chi è indagato per concorso in associazione mafiosa. Ci sono anche tante altre piccole realtà, che piano piano, stanno mettendo le radici per far rinascere una Sicilia forte, sana, libera. Tra questi ci sono quei “carusazzi” di Palermo che erano in prima fila, sotto la procura di Palermo, ad urlare “Bastardo Bastardo” a Bernardo Provenzano.

Erano stati loro a far risvegliare Palermo con centinaia di piccoli adesivi listati a lutto attaccati ovunque. Era il mattino del 29 giugno 2004, per le strade del centro si lesse per la prima volta il loro messaggio: UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITÀ. Subito in procura ci fu un vertice con chi si occupava di antiracket e il prefetto di Palermo Giosué Marino convocò in prefettura il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Loro sono i ragazzi di Addiopizzo.org che hanno messo su nel frattempo una non-associazione, un gruppo di resistenza civile, un movimento privo di firme e copyright. In realtà di firme ne hanno raccolte circa 7000. Sono consumatori che dichiarano di voler comprare in esercizi che non pagano il pizzo. Il 2 maggio scorso hanno festeggiato la “Giornata pizzo-free” nel cuore di Palermo, in piazza Magione. Sul sito c’è la lista dei primi 104 esercizi che dichiarano pubblicamente di non pagare il pizzo.

E così durante la processione della “Santuzza” di Palermo, Santa Rosalia, da un balcone è spuntato un lenzuolo bianco con scritto: “Santa Rosalia, liberaci dal pizzo”.

Left-Avvenimenti


 

Se gli “Aquiloni della mente” sono i libri leggere aiuta a volare

Un progetto tra scuole per suscitare il piacere della lettura, per incontrarsi leggendo

Lentini (Sr) – C’è solo una libreria nella città che diede i natali a Jacopo da Lentini, inventore del sonetto ai tempi della corte di Federico II di Svevia. Una sola, che è anche cartoleria, edicola, che vende libri per la scuola, e tante altre cose. Una sola, anche se il cerchio si allarga alla vicinissima Carlentini. Siamo nella profonda provincia nord di Siracusa e il comprensorio conta circa 40000 abitanti. Dunque di libri se ne leggono pochi. O si vanno a comprare a Catania. Poi c’è internet e la tv, e l’andazzo generale è quello che è: l’immagine vince sulla parola scritta. Per cercare di ridare (anche simbolicamente) importanza alla lettura, da ben cinque anni, al 4° Istituto Comprensivo “G.Marconi” di Lentini si fanno volare alti “Gli Aquiloni della mente”.

Ben sei le scuole coinvolte quest’anno: l’istituto comprensivo di Ripi in provincia di Frosinone, gli istituti comprensivi di Licodia Eubea, di S.Michele di Ganzaria e di Palagonia in provincia di Catania, il 3° istituto comprensivo di Carlentini in provincia di Siracusa e il “G.Marconi” di Lentini che organizza.
“Gli Aquiloni della mente sono i libri – ci spiega il dirigente scolastico della ‘G.Marconi’ Armando Rossitto. I ragazzi di oggi non leggono più o leggono molto poco. In Italia come in tutto il mondo. Gli aquiloni della mente è un’iniziativa culturale che è stata pensata per suscitare il piacere e il desiderio della lettura. E’ un progetto in rete con altre scuole. Un vero e proprio percorso di eccellenza oltre il curriculare: più cultura, più sapere come valore aggiunto in campo educativo.

Se si vogliono cittadini capaci di leggere e pensare criticamente occorre cominciare dalle scuole”. Ecco dunque che ai ragazzi vengono consegnati i libri da leggere e una sciarpa gialla simbolo del potere di giurati conferito loro durante una cerimonia solenne che si svolge alla stessa ora e nello stesso giorno in tutte le scuole coinvolte nel progetto. In un mese i ragazzi delle medie devono leggere quattro romanzi, i bambini delle elementari tre. Vengono costituite tre giurie: una composta dai bambini delle elementari, una dai ragazzi della scuola media e una dai genitori. Le prime due scelgono “Il libro più bello”. Anche i genitori, che vengono coinvolti a leggere gli stessi libri dei loro figli, devono scegliere non il libro che è loro piaciuto di più, ma il libro che ritengono verrà considerato dai loro figli il più bello. Un vero e proprio concorso letterario, in cui i ragazzi eleggono il presidente della giuria, preparano le schede dei romanzi letti, votano e stilano la motivazione che li ha portati a scegliere il libro più bello. Nelle giornate conclusive del progetto, quest’anno dal 27 al 29 aprile, i ragazzi provenienti da Ripi (Fr), saranno ospitati dai loro coetanei di Lentini. Tre giorni di feste, incontri, dibatti e momenti di scambio.

I genitori e gli insegnanti troveranno ospitalità nelle aziende agrituristiche dei dintorni. Il territorio, così, sarà anch’esso protagonista e meta di visita: verranno coinvolti anche gli enti locali e l’Apt. Un grande festa e un gran bel movimento attorno alla “lettura di carta”, soppiantata dallo strapotere dell’immagine che ha creato e che crea quotidianamente dei “video dipendenti” acritici, soprattutto nelle fasce giovanili. Una voglia di costruire reti non solo telematiche, di stringersi attorno alla lettura.

Già da l’anno scorso l’iniziativa ha un valore simbolico in più: gli “Aquiloni della mente” voleranno in alto in ricordo del professore Luciano Barbagallo prematuramente scomparso e motore delle passate edizioni. L’entusiasmo di questi “picciriddi” e l’impegno che mettono in questo progetto è palpabile mentre si osservano le foto delle passate edizioni, nei depliant ricchi di citazioni che invitano la lettura si legge che: “I libri sono pieni delle parole dei saggi degli esempi degli antichi, dei costumi e delle leggi, della religione, vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti ponendole sotto gli occhi cose remotissime della nostra memoria.

Tanto grande è la loro dignità, la loro maestà, e infine la loro santità, che se non ci fossero i libri, noi saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio; non avremmo conoscenza alcuna delle cose umane e divine” A scrivere è cardinal Bessarione in una lettera del 31 maggio 1468 indirizzata al doge Cristoforo Moro per offrire in dono a Venezia la sua biblioteca di 482 volumi greci e 264 latini. Altri tempi.

Liberazione, pagina regionale Sicilia.


 

Rita Presidente!

“Un giornalista simpatico mi ha chiesto se la mia giunta sarà composta per metà da donne. Gli ho risposto molto francamente di no. E’ rimasto stupito. Se troveremo le figure giuste anche più della metà”. Inizia così l’incontro di Rita Borsellino con le donne dell’Udi di Catania. E con un forte applauso. All’ex-monastero dei Benedettini, attuale sede delle facoltà di Lettere e Lingue, c’erano soprattutto donne, ma anche molti ragazzi. L’incontro nasce a seguito di un documento e della raccolta di oltre duecento firme di donne catanesi che appoggiano la candidatura di Rita Borsellino alla presidenza della Regione Sicilia. Rita parla in maniera semplice e diretta: “Il 61-0 ottenuto dalla Casa delle Libertà è stato anche merito nostro, non siamo stati capaci di contrastarli come avremmo voluto.

Non siamo stati dei buoni oppositori, ora è il momento di non essere più solo oppositori, ma di partecipare”. Ed attorno al concetto di partecipazione che si sta muovendo la campagna elettorale di Rita in Sicilia. Sono da poco partiti i Cantieri per il programma: “E’ necessaria una forte assunzione di responsabilità, cercare di convincere quante più persone possibile che possiamo farcela. E soprattutto dobbiamo insieme scrivere il programma. Avrei potuto sedermi ad un tavolino e scrivere ciò che per me sarebbe stato giusto, ma sarebbe stato solo il mio programma, con i Cantieri il programma sarà di tutti”. Sulla partecipazione racconta di come lei è uscita dal guscio, dopo i tragici fatti del luglio 1992: “Sentii che il mio dolore era anche un dolore collettivo. Fu un manifesto di un gruppo di donne, “Le donne del Digiuno”, a farmi prendere coscienza. Loro digiunavano perché avevano fame di giustizia. Scattò qualcosa in me e iniziò così quel lungo percorso che ora mi portato a prendere la decisione di candidarmi.

Non posso dare la colpa a nessuno, ho deciso da sola di continuare quel percorso”. L’otto marzo è vicinissimo e sulla festa della donna dice che “così com’è non mi piace affatto, è una offesa, la rifiuto. Per me l’otto marzo è il ricordo doloroso di una presa di coscienza” E le quote rosa? “Mi stanno strette, mi danno fastidio, non siamo mica animali protetti, la donna non è una specie protetta che va contata per numero di capi. E’ importante che la donna abbia la sua qualificazione per quello che è, non perché è un numero, ma perché è una donna e allora ha il diritto di essere considerata per quello che vale”. Poi parla di etica in politica, chiedendo che “si pretenda un comportamento etico e che la politica è mettersi al servizio”. Di questi tempi specificarlo è una grossa novità. Chiude con una battuta sul linguaggio della politica a lei estraneo: “Alle riunione con i politici ho detto espressamente che la loro lingua non la conosco e dunque non la parlo, e sono loro che devono adeguarsi.

Sono “la”candidata Presidente e non “il”candidato Presidente”. Ancora applausi.


 

Troppe leucemie e un dubbio: scorie sepolte nel sottosuolo

Accade a Lentini: oggi troppi bambini ammalati, ieri un aereo americano caduto e rifiuti interrati

Sull’Atlante delle mortalità per tumori dell’Asl 8 di Siracusa è scritto chiaramente: ”…estendendo l’osservazione ad 8 anni (1995-2002) i tassi provinciali si attestano intorno a quelli regionali e nazionali, ad eccezione del Distretto di Lentini dove si osservano tassi di gran lunga maggiori”. Il perché non è noto. A Lentini, però, si sono sempre chiesti se un qualche nesso di causa-effetto ci sia tra l’alto tasso di mortalità infantile per leucemia e alcuni episodi sospetti avvenuti negli anni ottanta. Nel 1984 il quadrigetto C141B Starlifter dell’USA Air Force, partito dalla base militare di Sigonella e diretto in Kenia, si schianta poco dopo il decollo sulle vicine campagne lentinesi. Gli americani arrivarono sul luogo dell’impatto in tempi rapidissimi. Tutto fu recintato, la strada bloccata per due mesi e le autorità italiane vennero tenute alla larga.

La stampa ipotizzò il trasporto di armi nucleari, ma nessuna indagine chiara fu fatta e, come spesso accade, fu tutto presto coperto dal silenzio. Vi erano armi nucleari? Scorie radioattive vennero assorbite dal territorio? Molti i dubbi e gli interrogativi ancora aperti. Nel 1988 i carabinieri di Lentini scoprono due grossi container pieni di rifiuti ospedalieri provenienti dai reparti di radiologia di alcune Usl del nord Italia. Poco dopo pacchi identici vennero rinvenuti sulla spiaggia di Agnone Bagni, a pochi chilometri da Lentini. Da quanto tempo quei rifiuti speciali venivano smaltiti sul suolo lentinese? Quali altri rifiuti ospedalieri venivano smaltiti a Lentini? Già nel 1981, nel suo libro Radiation and Human health (1981) il dr John Gofman annotava: “Non si sa che effetto avrà sul sistema immunitario dei siciliani di Lentini la radioattività delle scorie nucleari nascoste dagli americani nel suolo”.

A quali scorie faceva riferimento il dr. Gofman? Dove venivano smaltiti i rifiuti dell’ospedale della base militare americana di Sigonella negli anni in cui venne scritto quel libro? Interrogativi inquietanti rimasti senza risposta. Come per il quadrigetto precipitato, anche per le scorie ospedaliere, dopo il clamore suscitato dalla stampa e dall’opinione pubblica locale, l’oblio.

Così ’associazione “Manuela-Michele”, che dal ‘91 si batte per far luce sul gran numero di bambini morti per leucemia a Lentini, lo scorso 30 gennaio ha presentato una denuncia alla procura della Repubblica di Siracusa, sollecitando un’indagine sulla “tangibile possibilità che i numerosi casi di leucemia possano essere causati dalla commistione di reati contro l’ambiente.” Ora tocca alla magistratura indagare e capire perché a Lentini i bambini muoiono di leucemia in percentuale maggiore rispetto ad altre aree d’Italia.

Diario.


 

Novo Mundo XXI, l’isola che non c’è.

[Repubblica Domenicana]

La vogliono costruire di fronte al Malecon di Santo Domingo, a pochi metri dalla costa, modificando completamente lo skyline della prima città del Nuovo Mondo. Proprio così verrà chiamata l’isola che non c’è: Novo Mundo XXI. Il riferimento alla scoperta dell’America è chiaro e diretto. Qui è “nato” il Nuovo Mondo, qui nascerà “La Isla”. A disegnarla ci ha pensato l’architetto spagnolo Ricardo Bofill, con l’aiuto di due famosi architetti domenicani Pedro Borrell e Gustavo Luis Moré. “E’ un progetto ambizioso di rinnovamento del fronte marino della città di Santo Domingo – afferma Bonfil. Si tratta di realizzare un pezzo di città moderna, nuova, adatta alle aspettative di una isola dal gran futuro.”

Parlare di un “pezzo di città nuova, moderna” ha il sapore amaro, quasi di beffa, per le miglia di persone che popolano i barrios della capitale, senza fogne, senza acqua corrente, senza elettricità continua, senza una vera sanità pubblica. La città di Santo Domingo non ha una zona balneare: la spiaggia più vicina, quella di Boca Chica, dista una quarantina di chilometri. Novo Mundo XXI ha l’ambizione di far “bagnare” nelle acque della loro Capitale i domenicani. In più prevede di risolvere il problema pluridecennale dell’inquinamento delle acque marine che bagnano il Malecon con la creazione di una laguna. Ci saranno, inoltre, centri culturali, zone verdi, casinò, hotel, ristoranti, centri commerciali, uffici e una grande marina che potrà contenere circa 300 imbarcazioni. La società promotrice è la Santo Domingo Re-Development, Ltd, con sede legale in Canada, costituita dalla Acciona (uno dei conglomerati più importanti di imprese spagnole, ndr) e la Riccardo Bonfil Taller de Arquitetturas. A questi si affiancano altre società spagnole e domenicane. Si parla di un investimento di circa 50milioni di dollari statunitensi per circa 1 milione di metri quadri di superficie.

“Lo Stato della Repubblica Domenicana – assicurano i promotori – non dovrà investire neanche un centavos de peso”. Non tutti però vedono di buon occhio la creazione di una Isla Artificial: numerose associazioni ambientaliste e un pezzo consistente di “società civile” sta facendo sentire la sua voce. Tra la stampa c’è anche qualche parere contrario. Numerose le manifestazioni e gli incontri organizzati in queste settimane. Le “giunte municipali” dei quartieri che risiedono lungo il Malecon, nella Avenida George Washinton, hanno ufficializzato la loro disapprovazione a questo progetto presentando un documento al presidente della Repubblica Domenicana Leonel Fernandez che, invece, sembrerebbe molto favorevole alla realizzazione di Novo Mundo XXI, prevedendo introiti per lo Stato dalla vendita del “suolo pubblico” e dalla riscossione delle imposte.

Diario.


 

Corruzione: il generale ammette.

Santo Domingo – “Nella Policia Nacional ci sono settori corrotti”. A dichiarare ciò è il Generale Bernardo Santana Pàez, numero uno delle forze dell’ordine domenicane. In un’intervista al quotidiano free-press El Dia, lo scorso 28 novembre, Paez dichiara di voler ridurre a 10 le “162 compaňias che compongono l’Istituzione” per poter permettere un maggiore controllo delle stesse. Verranno ulteriormente ridotti di numero le figure dei “capitani” che dovranno vigilare, “perché – ha insistito Paez – ciò che vogliamo è trasparencia”.

Senza entrare nello specifico il generale ha parlato di una situazione abbastanza diffusa all’interno della polizia domenicana: “In alcune situazioni si generavano vari livelli di corruzione, dunque è necessaria una trasformazione totale dell’organizzazione della polizia. I capitanes non potranno più manejar (maneggiare, ndr) soldi della polizia perché stiamo studiando un sistema di pagamento elettronico”. Il provvedimento rientra nel “Plan De Siguridad Democratica” che sta cercando di far fronte ad una situazione di illegalità e criminalità dilagante all’interno del paese. I dati, diffusi dalla Procuratoria General de la Repubblica, sono allarmanti: 347 morti per “intercabios de disparos” (sparatorie e regolamenti di conti) da gennaio a settembre 2005. 1882 le vittime per morte violenta. A settembre 134 persone hanno perso la vita per omicidio ed è da registrare una diminuzione rispetto il mese di agosto 2005 del 15%. 84 le donne uccise per feminicidios da mariti o conviventi. 579 i casi di violenza sessuale nei confronti di donne da gennaio ad ottobre, 209 in più rispetto allo stesso periodo del 2004.

Il dato si riferisce ai casi denunciati, dunque, la cifra potrebbe aumentare sensibilmente. Di queste, 327 hanno subito danni psicologici permanenti, mentre il 3% sono state assassinate dagli stupratori. Il ministro dell’Interno Franklin Almeyda, ai primi di dicembre, ha dichiarato che “1129 armi, detenute illegalmente, sono state sequestrate nei soli mesi di ottobre e novembre”. Anche la violenza minorile è in continuo aumento, soprattutto in riferimento alle “guerre” tra bande, come quella che vede protagonista i “Los Renè” che lo scorso ottobre hanno ucciso, stando alle dichiarazioni della polizia, Khaterine Paez Mejina di soli 15 anni. Altro problema su cui il “Plan de Seguridad Nacional” sta cercando di far fronte sono i traffici illeciti tra organizzazioni criminali domenicane e quelle della vicini Haiti. Il Generale Bernardo Santana Pàez e il suo omologo Haitiano, Mario Andresol, hanno in questi mesi intensificato gli incontri per far fronte, con una politica comune, alla rete di narcotrafficanti e di “ladri di auto”. Il traffico di droga è ovviamente al centro delle attenzioni del Plan. A New York, nel frattempo, si sta compiendo un processo “eccellente” che vede coinvolti, e la Policia Nacional non ne guadagna certo in immagine, l’ex teniente coronel della Polizia Nazionale Domenicana, Lidio Arturo Nin Terrero e il suo autista Tirso Cuevas.

Sarebbero accusati di far parte della rete “mafiosa” del narcotrafficante e anch’esso ex capitano di polizia, Quirino Paulino Castillo. Il 18 ottobre 2004 i due furono arrestati mentre trasportavano, in un camion di proprietà del teniente coronel, 1387 chili di cocaina. La Repubblica Domenicana, Haiti e Puerto Rico sono il “ponte naturale” che collega i traffici illegali di droga tra il Sud America e gli Stati Uniti. E’ di queste settimane la notizia che il generale statunitense John Craddock a capo del Comando sur de los Estados Unidos ha mandato al presidente della Repubblica Domenicana, Leonel Fernandez, un’ informativa “segreta” contenente delle indicazioni per la creazione di una Guardia Fronteriza per intensificare i controlli antidroga. In Repubblica Domenicana il consumo di stupefacenti è in continuo aumento, e, a quanto dichiara Josè Anibal Sanz Jiminiàn, presidente del Conejo Nacional de Drogas, ciò è dovuto proprio al ruolo che lo stato caraibico gioca nei traffici internazionali di droga. Nel paese c’è un senso di insicurezza generale.

Nella capitale tutto ciò lo si avverte maggiormente. La presenza di forze dell’ordine è minima e incontrare una pattuglia della polizia è cosa assai rara, spesso infatti, le auto vengono usate nei lunghi cortei che scortano personalità o politici. Più frequente è invece incontrare poliziotti e militari a piedi o su fatiscenti motocicli. Ci sono quartieri off-limits come quello di Capotillo, Cristo Rey o Ozama dove di sera (e non solo) camminare è pericoloso ed altissimo è il numero di “scippi” e rapine. Proprio in quest’ultimo barrio, la polizia, che da queste parti usa il pugno di ferro, ha ucciso, lo scorso 31 novembre, un ragazzo di 25 anni sorpreso a rubare in un negozio.

Conosci già la mia newsletter? Si chiama Una cosa al giorno ed è un punto di partenza per persone curioseScoprila!
+