Il testo seguente è stato pubblicato all’interno della rubrica Voci fuori su ITUOIGELATINIPREFERITI/LAPODZINE nel numero del 14 gennaio 2024, dal titolo sOunday


Voci Fuori | Cara, è la fine?
di Rocco Rossitto

Cara è la fine…ci annusano ormai,
sentono il lezzo del panico che
spruzza in freddi sudori il terrore che c’è.

Non glieli daremo per ungersi dei
nostri mali stillanti le mani avide:
che ci tocchino morti, secchi e gelidi.

È il 13 ottobre del 2000, io ho da qualche mese vent’anni e i Marlene Kuntz hanno pubblicato il loro quarto album dal titolo Che cosa vedi. I Marlene sono uno dei due poli musicali che negli anni precedenti hanno costituito la mia spina dorsale musicale. Tra le tante e veramente tante cose ascoltate nell’adolescenza, i Marlene Kuntz da un lato e gli Afterhours dall’altro, ci sono sempre stati. Nel tempo li avrei però tenuti non a stretto contatto con me, ma sulla loro presenza ho sempre potuto contare. Cara è la fine è forse stata la loro ultima nuova canzone che ho sentito veramente mia.

Flashforward. Sono passati vent’anni, sono passati i quaranta e – senza riuscire bene a datare nella memoria il momento esatto – mi viene in mente di voler fare un podcast dal titolo Cara è la fine, con la lettura delle ultime righe con cui finisce un libro. Mi piaceva la capacità che questa frase ha di rendere un balsamo un momento di rottura. Mi piaceva la forza dei versi finali di un libro di raffigurare l’idea della fine: non c’è forse fine migliore e peggiore al contempo, della fine di un libro? L’idea è stata lì ha macerare per un po’ fin quando qualche mese fa è ritornata su come un desiderio sopito o come un conato violento. L’anno stava per finire e non c’era momento migliore, anche simbolico, per realizzare questo progetto.

La cornice in cui inserirlo è stata quella di micros, un festival piccolissimo e strampalato che ho messo su l’anno scorso. Non è un vero festival, è una scusa per fare delle cose, per ragionare intorno a ciò che succede in spazi (fisici, emotivi, mentali) ridotissimi.

Così una serie di parole, scelte e lette da alcuni amici, mi spingono e ci spingono a farci alcune domande su cosa sia la fine, su cosa voglia dire che qualcosa finisce, sul tempo in cui qualcosa esiste e poi non c’è più. Se la morte è il primo pensiero a cui siamo portati per associazione, alzando lo sguardo, che cosa succede quando ci rendiamo conto che un foglio non è più bianco, una nuvola più in cielo, una azione non provoca più nessuna reazione?

Non ci sono risposte, ma solo spunti per continuare a coltivare quel senso di sospensione che ci spinge verso il vuoto, verso qualcosa di cui non sapremo mai veramente nulla ma che ci attrae. La fine è forse un magnete che ci fa perdere l’orientamento: più gli andiamo in contro con voracità, più non riusciremo a fermarci, consumando il panino che stiamo mangiando, il film che stiamo vedendo, il maglione preferito che stiamo indossando, il libro che stiamo leggendo.